Roma, 14 mag – La grande tempera, esposta alla Biennale veneziana del 1899 e premiata con una medaglia d’argento all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900, segna il passaggio di Mentessi da una rappresentazione naturalistica della realtà alla sua trasfigurazione in termini simbolici. Concepito inizialmente come opera di denuncia della condizione contadina nella Pianura Padana, resa tragica dalla diffusione della pellagra, nel corso della sua elaborazione il dipinto assume la forma di un’allegoria religiosa, un calvario contadino. Giuseppe Mentessi nasce a Ferrara nel 1857 da una coppia di modesti commercianti. La morte dell’anziano padre riduce presto la famiglia in condizioni di povertà e il giovane Giuseppe potrà continuare gli studi solo grazie ai sacrifici della madre e ai sussidi del Comune. Dopo aver frequentato l’Accademia di Parma, nel 1877 raggiunge l’amico Gaetano Previati presso l’Accademia di Brera a Milano, dove frequenta il vivace ambiente della scapigliatura e i circoli socialisti raccolti attorno alle figure di Filippo Turati e del suo avvocato Luigi Majno. Nel 1891 presenta alla prima Triennale di Brera il dipinto Ora triste, che segna la svolta dell’artista verso una pittura di contenuto umanitario. Nel 1900 tocca l’apice della fama ottenendo la medaglia d’argento all’Esposizione Universale di Parigi con il dipinto Visione triste e il Premio Principe Umberto con il pastello Madre operaia. (red)