Roma, 23 mag – “Mattina dopo mattina per cinquant’anni, ho affrontato la pagina a venire senza difese e impreparato. L’ostinazione, non il talento, ha salvato la mia vita”: Philip Roth si è spento all’età di 85 anni in un ospedale di New York per insufficienza cardiaca. L’autore di “Lamento di Portnoy” (1969) e “Pastorale Americana” (1997) è stato un po’ l’enfant terrible della narrativa ebraico-americana, mantenendo il ruolo di coscienza critica nella letteratura d’oltreoceano contemporanea, estendendo la sua satira corrosiva e dissacrante dalla comunità di origine all’intera società statunitense. Nato nel 1933 a Newark, nel New Jersey, Roth cresce in una famiglia ebraica della piccola borghesia: studente brillante, consegue la laurea in letteratura inglese, insegnando per un breve periodo presso l’università di Chicago. Alla fine degli anni cinquanta abbandona la carriera universitaria, esordendo con “Goodbye, Columbus”, volume di racconti ambientati in una comunità ebraica contemporanea in cui affiorano segni di decadimento. Il successo arriva con “Portnoy’s complaint”, commedia dissacrante e grottesca che gli aliena per un lungo periodo le simpatie della comunità ebraica. Nelle opere successive lo scrittore estende il suo sguardo satirico ad altri aspetti della società statunitense, progressivamente spostando la sua attenzione sulla figura dello scrittore contemporaneo, in una saga caratterizzata da forti spunti autobiografici. Con “American Pastoral” vince il Premio Pulitzer nel 1998, mentre pur essendo nella lista dei candidati da anni non è mai stato premiato con il Nobel per la letteratura dall’Accademia svedese. Troppo politicamente scorretto, forse, troppo irriverente. (Roc)