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Roma: le “Opere
in movimento” di
Ettore de Conciliis

it@withub.it by it@withub.it
25 Maggio 2018
in Archivio speciali - Mostre
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La Lounge Italo Club della Stazione Termini di Roma (fino al 17 giugno) e la Lounge Italo Club della Stazione Centrale di Napoli (dal 18 giugno al 2 luglio), ospitano la mostra “Opere in movimento” di Ettore de Conciliis, considerato il poeta della pace, dell’armonia e della conciliazione, organizzata da “Il Cigno GG Edizioni”. “Si tratta di un’esposizione di mie opere recenti riguardanti pitture di paesaggi che si vedono soprattutto dai treni. Per questo la scelta di proporle nelle nuove sale vip Italo delle stazioni di Termini e Napoli Centrale” afferma l’artista, nato ad Avellino nel 1941, diventato celebre nel 1965 per aver realizzato il Murale della pace nella chiesa di San Francesco ad Avellino: alle spalle dell’altare di una chiesa cattolica fu posto un affresco in cui, attorno alla figura di san Francesco, compaiono da un lato immagini di guerra e di distruzione, dall’altro di pace e di giustizia sociale. Accogliendo il rivoluzionario messaggio di pace e fratellanza di Papa Giovanni XXIII de Conciliis rappresenta, uno accanto all’altro, John Kennedy, Mao TseTung, Cesare Pavese, Guido Dorso, Pier Paolo Pasolini, Fidel Castro, Pablo Picasso, Carlo Levi, Alberto Moravia e altri. Tahar Ben Jelloun, noto scrittore, poeta e saggista marocchino scrive su de Conciliis: “Ho pensato che faccia parte di quegli artisti che tentano di rasserenarci. Se Monet mi ha fatto pensare a de Conciliis o il contrario, non è certo attraverso deduzioni teoriche. Ma la bellezza, la grazia, la mano felice che dipinge, passano per me attraverso un’intuizione che nulla ha di oggettivo. Io osservo il dipinto in modo naïf. Ho trovato che il lavoro di Ettore de Conciliis esalti, più di un secolo dopo Monet, la natura e restituisca ai suoi elementi quella luce sottile e personale che contiene”. (red)

REGGIO EMILIA: LA GRANDE STORIA DELLA VIA EMILIA

Mentre Modena e Parma festeggiano i 2200 anni della loro fondazione (183 a.C.), Reggio Emilia celebra con una grande mostra la Via tracciata nel 187 a.C. da Marco Emilio Lepido, il console romano che giocò un ruolo fondamentale nel dare forma istituzionale al Forum che da lui poi prese il nome di Forum o Regium Lepidi. La mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”, allestita nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia fino all’1 luglio, propone una riflessione a 360 gradi sulla storia della Via Emilia, sul suo Fondatore e sul significato dell’importante arteria nella contemporaneità. Reggio Emilia è l’unica città della regione che conserva nel proprio nome il ricordo del suo fondatore; e la regione Emilia-Romagna è probabilmente l’unica al mondo a derivare il proprio nome da quello della strada su cui si impostava l’intero popolamento del suo territorio. La mostra dedica una particolare attenzione alla figura di Marco Emilio Lepido, il geniale costruttore che, sgominati Celti e Liguri, decise la costruzione di una lunghissima strada che collegasse le colonie di Rimini e Piacenza: una strada che avrà alterne fortune nel corso dei secoli ma che non sarà mai abbandonata. L’esposizione si sviluppa nelle tre sedi di Palazzo dei Musei, Palazzo Spalletti Trivelli e Museo Diocesano e in altri luoghi del centro storico coinvolti a vario titolo nel circuito tematico della mostra. Fra questi il Municipio, che rende omaggio alla figura del suo fondatore accogliendo il visitatore con la scultura settecentesca di Marco Emilio Lepido, ora restaurata da Angela Allini di Opus Restauri. Al Palazzo dei Musei è allestito un percorso che coinvolge l’intero edificio con installazioni, ricostruzioni 3D, proiezioni e l’esposizione di oltre 400 reperti provenienti da importanti musei nazionali e da collezioni della città che illustrano le sette aree tematiche: L’Emilia prima dell’Aemilia, Via Emilia-SS9, Marco Emilio Lepido e la sua città, Ruote zoccoli e calzari, La buona strada, Racconti per l’eternità, Est modus in rebus. La mostra coinvolge tutto il Palazzo a partire dalla valorizzazione delle collezioni storiche al piano terra come il Chiostro dei marmi romani (allestito in forma di giardino archeologico agli inizi del XX Secolo per ospitare i numerosi reperti architettonici romani rinvenuti nella necropoli di San Maurizio) e il Portico dei marmi dove sono esposti in sequenza i monumenti funerari riportati alla luce dal XV secolo ad oggi fra Villa Ospizio e San Maurizio, vera e propria Via Emilia dei defunti, che ogni viandante avrebbe percorso in arrivo o in uscita da Regium Lepidi. Di notevole impatto la ricostruzione in 3D della città romana realizzata in realtà aumentata dalla Duke University di Durham (USA). Il percorso vero e proprio della mostra parte dal primo piano con la sezione La Via Emilia prima della Via Aemilia. Introdotti da un fregio della Basilica Aemilia di Roma che rappresenta Marco Emilio Lepido come costruttore di città, l’esposizione di reperti provenienti dal Reggiano documenta il tracciato stradale in età preromana, quando si manifesta un primo utilizzo del percorso che attraversa il territorio da est a ovest nella fascia di media pianura, vettore di cultura scritta che fa del territorio reggiano uno dei più precocemente interessati dalla diffusione della scrittura di tutta l’Italia settentrionale- La sala dedicata a Regium Lepidi illustra la figura di Marco Emilio Lepido nelle sue molteplici sfaccettature di politico lungimirante, generale vittorioso, trionfatore sui Liguri dell’Appennino tosco-emiliano e di costruttore di strade e di città (Mutina, Parma, Luni e Regium Lepidi). La ricostruzione al vero di una tenda consolare ospita il suo busto, unico ritratto fisiognomico, opera di rara potenza espressiva proveniente dal Museo archeologico nazionale di Luni, città fondata dal triumviro Marco Emilio Lepido nell’anno 177 a.C., concesso in prestito dal Polo museale della Liguria.

SIENA: IL VOLTO DELLE “ARTI LIBERALI”

Volti di donne regali che incarnano il sapere che libera e supera ogni forma di erudizione: è dedicata a quelle che un tempo si chiamavano “arti liberali” la mostra che la pittrice Silvia Gasparrini propone a Siena fino al 20 giugno nello spazio espositivo di via Cecco Angiolieri. Un viaggio che prende il suggestivo titolo “Il volto delle arti”: sono infatti le allegorie delle sette figure femminili che rappresentano i sette antichi insegnamenti base del sapere umano – la grammatica, la logica, la retorica, la geometria, l’aritmetica, la musica e l’astronomia -, l’oggetto di questa mostra che vuole far riflettere sull’aspetto più nobile e sacro della conoscenza. “Arte liberale” che inneggia alla libertà, al cielo, alla leggerezza, contrapposta alla “materia scolastica” che invece sottintende l’idea della pesantezza, dell’erudizione spesso fine a se stessa: a suggerire a Silvia Gasparrini la lunga ricerca che l’ha portata a realizzare queste opere è la sua quotidiana esperienza personale. Donna, docente in una scuola primaria, ogni giorno si confronta con meccanismi che allontanano lo studente dall’idea che “chi è, sa”, ovvero da un percorso che faccia crescere incoraggiando, in maniera efficace, prima di tutto la conoscenza di se stessi.

PARMA: L’ORIENTE DI ALBERTO PASINI

Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati. Quella di Pasini è una storia che contiene altre storie, dipinti come diari di viaggio, orizzonti immaginifici in cui lo spettatore può abbandonarsi. La Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo gli dedica la mostra “Pasini e l’oriente. Luci e colori di terre lontane”, fino all’1 luglio, con oltre 100 opere fra dipinti e lavori grafici. È una pittura, quella di Pasini, che prende le distanze dal lavoro di tutti gli altri interpreti della stagione orientalista dell‘Ottocento, perché non si propone di presentare l’immagine dell’Oriente che il pubblico occidentale richiedeva e alla quale era abituato, ma di creare immagini nuove, aprendo un dialogo artistico con una cultura altra, attraverso la presentazione “dall’interno” dei suoi contenuti, usi, costumi, atmosfere. Un modello pittorico e di dialogo artistico che divenne un unicum, e che oggi, per l’importanza del tema, acquista un valore e un significato di grande attualità.

MERANO-PALERMO: SGUARDO SULLA IDENTITA’ NAZIONALE

La collettiva “Same same but different” nasce dalla collaborazione di due istituzioni che si trovano rispettivamente nelle regioni più a nord e più a sud d’Italia, Merano Arte e il Museo Civico di Castelbuono (Palermo), e indaga insieme a un gruppo di artisti (tre per ciascuna regione) l’attuale situazione, le condizioni di vita e di produzione artistica in Alto Adige e in Sicilia. Le due mostre si tengono a Merano Arte fino all’8 luglio e al Museo Civico di Castelbuono fino al 22 luglio. A partire da due realtà storicamente e geograficamente differenti, l’esposizione indaga le dinamiche socioculturali e antropologiche che si manifestano tra l’Alto Adige e la Sicilia, che riguardano quindi tutta l’Italia. Same same but different offre nuovi punti di vista dai poli estremi della nazione e una riflessione sulle diversità e sulla complessità di questo Paese. I sei artisti – Claudia Barcheri, Ingrid Hora, Loredana Longo, Christian Martinelli, Ignazio Mortellaro, Studio++ – sono stati invitati a riflettere sul dibattito sociale contemporaneo che oggi interessa non solo l’Italia, ma l’Europa e il Mediterraneo. L’obiettivo è quello di sottolineare come proprio in Italia, tra l’Alto Adige e la Sicilia, si possano configurare dinamiche che si manifestano su scala europea, come quelle sviluppate attorno ai valori dell’integrazione o dell’esclusione, dell’accoglienza e delle gerarchie culturali e identitarie. La rassegna domanda quale identità oggi sia possibile disegnare in Europa e nelle sue nazioni, quali nuovi caratteri si stiano progressivamente inserendo all’interno di uno scenario internazionale, a cosa corrispondano oggi i concetti di “confine” e di “nazione” e, all’interno del contesto italiano, quale condizione culturale e quali differenze esistano tra Nord e Sud.

GENOVA, NEL MONDO DI ANTONIO LIGABUE

Fino all’1 luglio, a Palazzo Ducale di Genova un’antologica ripercorre la vicenda umana e creativa di Antonio Ligabue, uno degli autori più geniali e originali del Novecento italiano. La triste odissea di Antonio Ligabue ha inizio il 18 dicembre 1899 a Zurigo e si conclude il 27 maggio 1965 a Gualtieri, dove era approdato il 9 agosto 1919, espulso dalla Svizzera, dopo un’infanzia e un’adolescenza segnate dall’emarginazione (a soli nove mesi di età fu affidato dalla madre a un’altra famiglia) e dall’insofferenza verso il mondo che lo circondava – a scuola, tuttavia, già si erano rivelati la sua passione e il suo talento per il disegno. La mostra, organizzata da ViDi con la Fondazione Antonio Ligabue di Gualtieri, in collaborazione con Comune di Genova e Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, propone 80 opere, tra dipinti, sculture, disegni e incisioni di Ligabue. Il percorso espositivo si snoda tra i due poli principali entro i quali si sviluppa l’universo creativo di Ligabue: gli animali, selvaggi e domestici, e i ritratti di sé. Tra gli animali abitatori delle foreste e delle savane si trovano alcuni dei maggiori capolavori dell’artista, come Tigre reale, realizzato nel 1941 quando Ligabue era ricoverato nell’Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia; tra quelli delle campagne, le due versioni di Cani da caccia con paesaggio; c’è poi l’impressionante galleria di autoritratti, come i dolenti Autoritratto con berretto da motociclista del 1954-55 e Autoritratto del 1957. Non mancano altri straordinari dipinti, dai paesaggi bucolici, alla Carrozzella con cavalli e paesaggio svizzero ad alcune versioni delle Lotta di galli, ad Aquila con volpe della fine degli anni quaranta, alla Vedova nera con volatile e alla Testa di tigre della metà degli anni cinquanta, fino alla Crocifissione.

ROVIGO: IL MEGLIO DELLA COLLEZIONE EGIZIA

Il meglio dei circa 500 reperti della Collezione Egizia dell’Accademia dei Concordi, in mostra fino all’1 luglio, a Rovigo, a Palazzo Roncale, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e il Comune. In occasione della esposizione Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino, lavorerà alla conservazione di Meryt e Baby, le cosiddette “Mummie di Rovigo”. La Collezione Egizia, patrimonio della Accademia dei Concordi, annovera circa 600 pezzi, la maggior parte dei quali furono raccolti da Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890), rodigino che visse in Egitto nella seconda metà dell’ Ottocento. I reperti coprono un arco di tempo compreso tra il Protodinastico/Epoca Tinita e l’Età Tolemaico-Romana. Oltre alle mummie, tra i pezzi forti della collezione va segnalato il celebre cofanetto ligneo per ushabti in forma di sarcofago appartenuto al principe Iahmes Sapair, figlio del faraone della XVII Dinastia Seqenera-Djehuty-Aa. Di rilievo anche il sigillo cilindrico, databile alle prime dinastie, due stipiti di falsa porta in calcare bianco con figure a bassorilievo e due frammenti di stipiti con iscrizioni in calcare bianco, provenienti da una mastaba della V Dinastia, una stele familiare databile al tardo Medio Regno, due frammenti di una grande stele d’Età Ramesside, una serie di bronzetti votivi di divinità e numerose statuine funerarie, tra le quali dodici esemplari databili alla XXV Dinastia o all’Età Napatea. Nella collezione si ammirano inoltre numerosi amuleti risalenti principalmente all’Età Tarda, una notevole maschera di sarcofago in legno dipinto, due frammenti di cartonnage di mummia, una statua lignea che raffigura Anubi in forma di sciacallo seduto, una stele policroma lignea di Epoca Tolemaica, una statuetta lignea che raffigura Ptah-Soqar-Wsir e un fragile contenitore per cosmesi a forma di donna.Davvero curiosa la storia dei reperti della collezione. A inviarli dall’Egitto a Rovigo provvide un personaggio all’epoca famoso: Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890). Questo rodigino, in esilio a causa della partecipazione ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, trovò rifugio al Cairo. Qui prese in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventa, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunge presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero.In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini viene scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse, al talentuoso concittadino nel tentativo di realizzare un museo egizio nella città natale. Appello accolto dal Pantellini che, tra il 1878 e il 1879, riunì e inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti, che oggi si possono ammirare esposti a Palazzo Roncale. (red)

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