Roma, 4 lug – “L’Europa ci ha dato pace e sviluppo – sostiene il vicepresidente del Parlamento Europeo Mario Mauro – ed oggi mi aspetto tutto il bene possibile. Certo – prosegue – vi è la necessità di individuare il filo rosso che tenga insieme 500 milioni di persone. E questo può essere solo un progetto politico che è cominciato proprio alla metà del secolo scorso con l’affermare “mai più guerra”. Io penso addirittura – prosegue – che pure chi boccia i trattati voglia addirittura più Europa, chiedendo e pretendendo però un soggetto forte sullo scenario internazionale. Ed è indubbio che le realtà nazionali su temi quali politica energetica comune, sicurezza alimentare, politiche della difesa, potrebbero avere benefici sostanziali. Contemporaneamente, poi, sui temi economici serve maggiore armonizzazione, perché non basta una moneta comune fra i Paesi. Solo per fare un esempio: il problema non è l’Euro perché se in un Paese le imprese per ottenere dei crediti ci mettono otto anni e in un altro otto giorni, non vi potrà mai essere parità di concorrenza”. Per l’On. Gianni Pittella a frenare sono i Governi nazionali e la prova è rappresentata dai lavori del Consiglio Europeo. Occorrono due cose per rilanciare l’Europa e dare all’Unione e agli organismi possibilità di lavorare. Decidere a maggioranza e non all’unanimità e il trattato di Lisbona va in questa direzione; concedere al Parlamento Europeo il potere di co-decisione senza lasciarlo completamente nelle mani del Consiglio. E pure questa seconda necessità viene recepita dal trattato di Lisbona. Per quanto riguarda l’Italia – prosegue Pittella – mi aspetto che il governo italiano decida che si debba andare avanti in Europa con chi ci sta. L’Ue non può essere prigioniera dei veti”. Anche Mauro condivide la posizione di Pittella. “Deve farci riflettere la posizione della Gran Bretagna, paese euroscettico che, dopo il no dell’Irlanda sul trattato di Lisbona, ha approvato il trattato, E un segnale forte deve arrivare, prima dell’estate, anche dall’Italia. Non possiamo tornare agli egoismi nazionali”.
(SEGUE)