“Il Partito democratico venne pensato per la gente, per il ‘popolo’. Ma la messa in opera ha avuto un timbro diverso. Il disegno, utopico nell’ispirazione, è stato cucito come un vestito di sartoria per un ceto politico. Molti dei guasti di adesso derivano da quella scelta. Dopo la sconfitta peggiore della nostra vita, senza una correzione alla radice il progetto non avrà terra per ricrescere”. Lo scrive l’ex deputato Pd Gianni Cuperlo nel libro “In viaggio. La sinistra verso nuove terre” del quale Il Fatto anticipa un brano. “Il disegno più ambizioso del secolo – si legge – ha presto fatto spazio alle ambizioni di un ceto politico inadatto a ritrarre lo sforzo”, “la critica – l’autocritica – investe la scelta di una classe dirigente convinta di presidiare sé stessa nell’unica forma possibile, l’esercizio del potere, dentro e fuori. L’intera costruzione si è piegata a quello scopo. Statuto, regole, filiere, correnti e carriere, ogni passo da lì in poi ha teso a esasperare un profilo schiacciato sulle istituzioni, con la sola vocazione al governo, ma in una scissione dalle ragioni più prossime al mondo esterno. E allora se fossi alla guida del Pd scuoterei l’albero. Suggerirei un congresso diverso. Non una conferenza sul programma. E neanche la conta sui nomi. Proporrei delle assise particolari, insolite anche nel percorso, e spiegherei perché nulla sa essere più politico del modo di organizzare le risorse: umane, intellettuali, finanziarie, passionali. Dedicherei a quell’appuntamento attenzione e rigore assenti da oltre vent’anni”. (red – 11 giu)
