“Di fronte all’irruenza eversiva di Salvini troppo spesso risultiamo disarmati. È uno dei prezzi della sconfitta e dei ritardi ad affrontarla. Non ci sono scorciatoie. Occorre non distrarsi e tornare a ragionare su quale base dare alla nostra identità che non potrà che essere di rilancio di una nuova e credibile stagione di cambiamento per l’Italia” laddove si stanno creando “enormi rischi di tenuta democratica e sociale”. Si apre così una lettera a Repubblica del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Pd, nella quale chiede “un nuovo Partito Democratico, per una nuova alleanza” perché “non si può aspettare. Se vogliamo aprire una fase nuova per questo Paese, dobbiamo fare in fretta. Occorre riordinare le nostre idee e le nostre forze. Occorre un pensiero nuovo della politica e della partecipazione”, “un nuovo protagonismo”. E analizza le ragioni della sconfitta e avanza le sue proposte per il rinnovamento del partito: “Significa sviluppare inedite forme della partecipazione politica a partire da un innovativo nostro investimento per la presenza nella rete e la ricostruzione di un tessuto associativo che dia autonomia ai cittadini che si impegnano, luoghi certi di incontro, partecipazione e decisione per le persone oggi così disperse. Questa visione non potrà che avere come cuore il tema della crescita e dell’equità. Intrecciate e conquistate contemporaneamente. Troppe volte in questi anni hanno vissuto separate generando difficoltà e incertezze. Il nostro ruolo è fare da cerniera. Se non vogliamo solo rimettere insieme i cocci del passato, ma determinare un processo e una nuova stagione in grado di far camminare insieme lo sviluppo sostenibile, la creatività italiana e una più equa distribuzione della ricchezza. L’Italia ha tutte le energie per mettere insieme queste tre cose”.
Zingaretti ricorda che “in questi anni nel Lazio abbiamo avviato una stagione di riforme con un solo obiettivo: diventare un territorio più competitivo e più equo. La lista di progetti innovativi realizzati è molto ampia”, dalla revisione della spesa (“che ci ha consentito di tagliare quasi 500 poltrone nelle società regionali”) al recepimento della legge 328 sui servizi sociali, alla legge per il diritto allo studio. “Riforme difficili, non sempre popolari, ma giuste” prosegue, sottolineando che “la qualità del riformismo è determinata dalla grandezza degli obiettivi che si pone e dalla sua capacità di determinare sempre il massimo risultato di cambiamento. Quando questa tensione è debole si annacqua e dal riformismo si passa alla ‘riformite’. Ossia l’ossessione di cambiare le leggi, che se non ancorate ad una visione strategica rischiano di peggiorare o far rimanere immutate le cose come nella logica gattopardesca del “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”; senza aggredire quindi il cuore del problema: la liberazione e l’emancipazione di un numero sempre maggiore di individui. In questo schema il riformismo ha due nemici. Il conservatorismo che ha paura del nuovo perché difende rendite di posizione (anche a sinistra) e la frenesia del ‘nuovismo’ declamatorio e senz’anima, perché sfugge alla verifica dei risultati concreti e misurabili circa la coesione sociale e la promozione umana. È in questa doppia paralisi che si sono radicati i populismi. È in questa assenza di speranza che aumentano le paure e cresce il consenso di chi le cavalca, con risposte velleitarie che non risolvono nulla e aggravano i problemi che denunciano”. (2 ago – red)