“Questa strategia di seminare il caos, è un modus operandi del Cremlino, da sempre. Quanto più un Paese è nel caos, diviso al suo interno, tanto meno è una minaccia per la Russia, e tanto più Mosca è forte”. Così, in una intervista al Messaggero, Patrick Warren, docente della Clemson University, che insieme al collega Darren Linvill e il supporto del laboratorio universitario, ha reso pubblici i milioni di tweet lanciati da circa 3 mila troll russi, inclusi alcuni che hanno finto di essere utenti italiani. una delle costole più importanti del capitolo Russiagate: la propaganda su Twitter che potrebbe aver influenzato le ultime elezioni americane. Ma, come sostiene il Corriere della Sera in articoli pubblicati sia ieri che oggi, anche la politica italiana, citando in particolare i circa 400 nuovi profili anonimi, ma tutti riconducibili a un’unica origine, che nella notte tra il 27 e 28 maggio chiedevano le dimissioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel pieno delle polemiche sul caso Savona. E precisa: “Abbiamo trovato numerosi account italiani, e siamo sicuri che siano troll russi. Capirne il contesto sta alla vostra intelligence”. E aggiunge: “Non possiamo dire che impatto politico abbiano avuto. Ma sappiamo cosa hanno fatto. Ad esempio, che nelle dieci settimane precedenti alle elezioni Usa, i tweet di questi 3mila troll russi sono stati ritwittati o citati oltre 30 milioni di volte”, “questa è sempre stata la strategia di Mosca, anche nella Guerra Fredda. A loro non interessa diventare famosi, vogliono trovare contatti locali, o che sembrino locali, ai quali dare il compito di esaltare il nome e l’influenza di elementi estremisti che già esistano nel Paese. A loro interessa creare il caos, quindi sostengono estremismi opposti. Negli Usa ad esempio da una parte sostenevano gli anarchici, dall’altra i suprematisti bianchi, per infiammare gli animi e dividere il Paese”. Smentisce quindi contatti con il procuratore speciale Robert Mueller che sta indagando sulle interferenze russe: “Assolutamente no. I dati che abbiamo pubblicato vengono dallo studio dei nominativi sospetti resi pubblici dalla Commissione Intelligence della Camera, che li aveva avuti direttamente da Twitter”. E la Cina? “Si parla spesso della Cina, ma il loro modo di sfruttare internet non è lo stesso”. Quindi sostiene che occorre seguire “tre strade” per tutelare gli internauti: “Negli Usa è nata una collaborazione fra i social media e l’accademia, per creare difese e diffondere informazione corretta, e qui Facebook sta facendo un lavoro che promette molto bene. La seconda strada sta ai cittadini, e consiste nel rigettare chi provochi odio, caos, razzismo. E la terza sta alle intelligence dei vari Paesi. Alla Nato ad esempio. Anzi, spero che ci contattino”. (3 ago – red)