Roma, 6 set – Considerando la popolazione di 65 anni e più spicca una forte differenza di genere, in particolare, nella proporzione di coniugati/e rispetto a quella di vedovi/e. Mentre i coniugati, nell’arco dei 27 anni considerati da un report Istat a partire dal 1991, aumentano leggermente partendo da livelli percentuali già molto elevati (da 77,2% del 1991 a 79,5% del 2018), le coniugate passano dal 37,4% al 47,7%. Se al Censimento Istat del 1991, nella classe di età 65 anni e più, era prevalente la quota di donne vedove rispetto a quelle coniugate (50,5% contro 37,4%), all’1 gennaio 2018 le coniugate superano in termini relativi le vedove (47,7% contro 41,9%). Il parziale recupero dello svantaggio maschile in termini di sopravvivenza ha determinato l’incremento del numero di uomini di 65 anni e oltre e consentito ad un numero sempre maggiore di uomini di arrivare ad età più elevate e, quindi, alle loro mogli di vivere sempre più spesso da coniugate anziché da vedove. Tra il 1991 e 2017 i miglioramenti nella mortalità maschile, infatti, hanno portato a una riduzione del gap di genere nella speranza di vita alla nascita di oltre 2 anni. Particolarmente significativo è il dato relativo ai coniugati di 80 anni e più: emerge infatti un incremento più forte per gli uomini (circa +11 punti percentuali contro +7 punti percentuali). È quindi sempre più frequente anche per le donne affrontare la fase più anziana della vita vivendo in coppia. Le piramidi per età e stato civile della popolazione al Censimento del 1991 e al 1° gennaio 2018 consentono una lettura particolarmente efficace delle trasformazioni appena descritte. Si nota innanzitutto un allungamento verso l’alto della piramide dei celibi/nubili, che rappresentano una quota sempre più elevata anche ad età avanzate, ed uno schiacciamento dei coniugati/coniugate che diminuiscono soprattutto nelle età più giovani. Aumentano, invece, per entrambi i sessi, i divorziati a tutte le età. (PO / red)