“Non sono del tutto ottimista, Lega e Cinquestelle viaggiano su binari paralleli: il decreto dignità è passato, anche se credo che Salvini e i suoi abbiano fatto uno sforzo per digerirlo, ora con la Finanziaria però il gioco si fa duro”. Lo afferma Alberto Brambilla, tra i massimi esperti italiani in materia di lavoro e pensioni e consulente di Salvini per il superamento della legge Fornero, in una intervista a Libero: “Sostanzialmente le promesse sono tre: la Lega punta all’aliquota fiscale unica, Cinquestelle al reddito di cittadinanza, ed entrambe le forze a cambiare la legge Fomero… Suggerirei di partire dall’obiettivo comune, le pensioni, che per Salvini è prioritario rispetto anche alla flat tax, e realizzarlo. Quanto agli altri due, cominciamo a mettere le basi, anche se ideologicamente io sono a favore della riduzione fiscale ma contrario al reddito di cittadinanza” che “è come uno che ha i buchi nel tetto, gli piove dentro, e anziché riparare casa si compra il televisore. Spendiamo 120 miliardi in assistenza e i grillini ne vogliono buttare altri 17 su reddito di cittadinanza e pensioni di cittadinanza. Sarebbe un suicidio: nessuno più dichiarerebbe il reddito e il sistema pensionistico si scasserebbe. Consideri che già oggi un cittadino potrebbe avere la pensione sociale, un sussidio dal comune, la casa popolare; già con queste assistenze potrebbe superare di molto i 780 euro al mese ma noi non lo sappiamo; sarebbe saggio prima di pensare al reddito di cittadinanza almeno avere contezza di quanto un soggetto prende e solo dopo sanare le posizioni di chi è rimasto indietro”. E conclude: “Un Paese non può rischiare di fallire per soddisfare le aspirazioni politiche di una persona. Ha visto il Venezuela, una terra ricca e meravigliosa, ridotta alla miseria per seguire Chavez e il suo autista Maduro? Ha visto la Siria diventare un cimitero? Non posso immaginare un’Italia con le sedi dell’Inps al Sud prese d’assalto da centinaia di aspiranti al reddito di cittadinanza; meglio dare lavoro, anche con politiche di intervento pubblico. Quella misura la introdusse già Livia Turco nel 1998, si chiamava reddito minimo d’inserimento: fallì in tre anni dopo aver dato luogo a truffe e abusi; in politica occorre conoscere e avere memoria storica”. (24 set – red)
