Va in scena sabato 29 settembre a Roma “Se un giorno mi dimenticherai”, traduzione italiana di “Si un día me olvidaras” dello scrittore e drammaturgo spagnolo Raul Hernandez Garrido a cura dell’autore e traduttore David Conati. A portare in scena la pièce, che tratta il dramma dei desaparecidos al tempo della dittatura militare argentina, è la compagnia MetisTeatro, diretta da Alessia Oteri, in una doppia replica alle 18 e alle 21 presso le Carrozzerie N.O.T. (via Panfilo Castaldi 28). “Quest’inverno abbiamo dedicato il percorso di studi interamente alla drammaturgia moderna e contemporanea. ‘Se un giorno mi dimenticherai’ di Raul Hernandez Garrido ci ha immediatamente colpito, sia per la forza potente della parola che riconnette la terribile vicenda dei desaparecidos al mito di Elettra ed Oreste, sia per la tragicità di fatti che non solo hanno un’eco ancora oggi, nella loro drammatica ripetibilità in altre parti del mondo, ma anche e soprattutto per la ferita ancora aperta dei figli rubati, sottratti alle famiglie biologiche, e che tuttora si stima – secondo le Abuelas e diverse organizzazioni umanitarie – siano almeno 500”, spiega Alessia Oteri. “Qui, come nel mito, Oreste torna per vendicare la morte del padre. Ha per compagno e fratello Pilade, in uno scambio identitario che continuamente spariglia le carte, lasciandoci nel dubbio su chi siano realmente i personaggi. Una moderna Elettra, che – ci indica l’autore – potrebbe anche chiamarsi Ifigenia o Clitennestra torna da un passato di consapevolezza, con le sue valigie cariche di ricordi: vi abbiamo ritrovato il dramma delle madri di Plaza de Majo, il dramma delle nonne, di quelle donne che ancora oggi cercano di riannodare le fila di destini così drammaticamente spezzati. È stato un lavoro di particolare intensità che ha motivato tutto il gruppo alla ricerca, allo studio, all’approfondimento delle fonti. Un work in progress che pur definendosi in una linea stilistica data dalla regia ha trovato il suo nutrimento in questa orizzontalità che ha permesso a ciascuno di ancorarsi non solo emotivamente al lavoro ma di sentirne il carico di responsabilità”.