UN CAPITANO, STORIA DI FRANCESCO TOTTI
L’infanzia in via Vetulonia, i primi calci al pallone, la timidezza e la paura del buio, la vita di quartiere in una Roma che forse non esiste più. Gli amici che resteranno gli stessi per tutta la vita. Gli allenamenti a cui la mamma lo accompagnava in 126, asciugandogli i capelli con i bocchettoni in inverno. L’esordio in Serie A a 16 anni in un pomeriggio di marzo del 1993 a Brescia, con i pantaloni della tuta che al momento di entrare in campo si impigliano nei tacchetti; il primo derby, il primo gol, il rischio di essere ceduto alla Sampdoria prima ancora che la sua favola in giallorosso possa cominciare. E poi la gloria: caso più unico che raro di profeta in patria, venticinque anni con la stessa maglia, capitano per sempre, un palmarès che annovera un epico Scudetto, due Coppe Italia e due Supercoppe Italiane, oltre ovviamente al Mondiale 2006 conquistato da protagonista con la Nazionale. E ancora il matrimonio da sogno con Ilary Blasi, la vita mondana attraversata sempre con leggerezza, con autoironia, con il sorriso grato di chi ha ricevuto in dono un talento straordinario e la possibilità di divertirsi facendo ciò che più ama: giocare a pallone. Con l’espressione eternamente stupita del ragazzo che una città ha eletto a simbolo e condottiero, oggetto di un amore senza uguali. Fino al giorno del ritiro dal calcio giocato, e di un addio che ha emozionato non solo i tifosi romanisti ma gli sportivi italiani tutti. Perché Francesco Totti è la Roma, ma è anche un pezzo della vita di ognuno di noi. “Un capitano” è il titolo dell’autobiografia scritta con Francesco Condò, edita da Rizzoli. Paolo Condò è nato a Trieste nel 1958. Giornalista professionista dal 1981 con “Il Piccolo”, per la “Gazzetta dello Sport” ha seguito 7 Mondiali e 5 Europei di calcio, 2 Olimpiadi estive, 8 Giri d’Italia e numerosi altri eventi. Nel 2015 è passato a Sky Sport. Dal 2010 è il membro italiano della giuria internazionale di “France Football” che assegna il Pallone d’oro. Ha scritto il romanzo Sotto copertura (Piemme, 2002) e Duellanti (Baldini & Castoldi, 2016).
“L’ASSOLUTA LIBERTA’ DEL FANTASTICO” DI LUCILLA SERGIACOMO
“L’universo, (che altri chiamano La Biblioteca)”: si potrebbe partire da questo incipit di Borges per spiegare l’intento di Lucilla Sergiacomo in “L’assoluta libertà del Fantastico” (Odoya). L’ordine che attribuiamo all’universo della biblioteca è fittizio, il reale, anche quello letterario, è molto più caotico: una Biblioteca di Babele. La finalità di questo volumetto è dimostrare che è possibile andare oltre alle definizioni non solo crociane, ma anche quella, troppo schematica, di Todorov, grazie a un’ampia messe di gustosissimi esempi. È impossibile imbrigliare in schematismi e casellari la letteratura fantastica e prestabilirne i modelli. Nel percorso che prova questo assunto non potevano non avere un ruolo di primo piano i classici, che offrono un inesauribile repertorio di casi fantastici, e dopo la trattazione del meraviglioso cristiano e delle magiche avventure cortesi si riparte dal Medioevo per scoprire il gioco del fantastico allusivo che avanti e indietro nei secoli si sviluppa attorno alla Commedia, il testo principe sulla rappresentazione dell’aldilà nel mondo occidentale. Con una prosa fluida, coinvolgente e impreziosita dalla sua esperienza come autrice di testi didattici, Sergiacomo non trascura Kafka, Ocampo, Cortàzar, Conan Doyle, Ugo Trachetti, le tesi di Stanisłav Lem, Giorgio Pressburger ⎼con il suo importante e immaginifico Storia umana e inumana ⎼ e nemmeno quel Libro della Scala in cui si descrive l’oltretomba Mussulmano che alcuni sostengono abbia funzionato da canovaccio per la Divina Commedia. Un piccolo scrigno di mirabilia (il fantastico è infatti legato allo stupore) con un filo conduttore e una tesi di fondo: bisogna smetterla di incasellare la letteratura. Essa è fantastica, da che esiste la scrittura. Lucilla Sergiacomo, docente di italiano e lingue classiche, si occupa di storia della letteratura, critica letteraria e didattica dell’italiano. Scrive sulle pagine culturali di quotidiani nazionali e locali e su riviste specialistiche. Ha pubblicato saggi in volume su Gadda, Flaiano e altri autori dell’Ottocento e del Novecento. Tra le sue opere ricordiamo Lingua italiana. Guida all’ascolto (Mursia 1989), Invito alla lettura di Ennio Flaiano (Mursia 1996), Svevo (Paravia 1999), Testi comici e satirici (Paravia 1998), I volti della letteratura (Paravia 2007), Gadda, spregiator de le donne. Sublimazione, misoginia, femminicidio (Noubs 2014), Femminilità e femminismo nelle scrittrici italiane del Novecento (“Narrativa”, Presses Universitaires de Paris Ouest 2015).
MARX ERETICO SECONDO CARLO GALLI
Un sentiero interrotto, quello di Marx? Una rivoluzione mancata? Incompiutezza di un pensiero che dell’essere prassi, del misurarsi con la storia, del compiersi in essa, aveva fatto il proprio obiettivo principale. Filosofo, economista, profeta dell’ultima eresia teologico-politica dell’Occidente: l’opinione mondiale si divide fra quanti lo considerano eroe e salvatore del proletariato e quanti vedono in lui il demone simbolo di ogni male. Marx è stato a lungo oggetto di interpretazioni e sentimenti disparati, fino a diventare un’icona resa neutra dalla storia, ritratta nel granitico monumento davanti alla Piazza Rossa di Mosca e posta di fianco a Oliver Hardy sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. A due secoli dalla nascita, una lucida riflessione sull’incompiutezza del suo pensiero forte, sulle cause del suo successo, sulle sue contraddizioni, sconfitte, ambigue vittorie in “Marx eretico”, saggio di Carlo Galli pubblicato da Il Mulino. Galli è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato fra l’altro “Spazi politici. L’età moderna e l’età globale” (2001), “Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno” (20102), “Lo sguardo di Giano” (2008), “L’umanità multiculturale” (2008). È direttore di “Filosofia politica”.
LUCIANO CANFORA E “LA SCOPA DI DON ABBONDIO”
In “La scopa di Don Abbondio. Il moto violento della storia” (Laterza) Luciano Canfora rintraccia nel tempo presente problemi e fenomeni che pensavamo essere ormai scomparsi nelle pieghe della storia. Eccone un brano su “La rivoluzione”: “L’andamento a spirale del movimento storico lo si può osservare allo stato puro se si pone mente a quel ciclico fenomeno di rottura che gli storici chiamano ‘rivoluzioni’. Se si osserva, cioè, il riproporsi, di rivoluzione in rivoluzione, della medesima fondamentale istanza, che suscita l’idea di un ritorno ogni volta al punto di partenza. (E sarebbe un inveramento dell’originario significato, per esempio astronomico, del termine latino revolutio.) Per paradosso, perciò, si potrebbe molto superficialmente sostenere che ‘le rivoluzioni’ incarnano in realtà sempre la stessa rivoluzione. ‘Eppur si muove’. Partiamo dunque da questa constatazione: è da secoli che sembra replicarsi, e ritentarsi, pur sempre la stessa rivoluzione. Ovviamente cambia il lessico: conforme alla cultura e alle esperienze delle singole epoche. Ciò che invece rende inevitabile la ‘replica’, il rinnovarsi del tentativo, è che le rivoluzioni prima o poi si snaturano o meglio divengono altro: i dogmatici dicono ‘falliscono’. Ma proprio il fatto che esse tornino a riprodursi ne dimostra la necessità. La posta in gioco è, da sempre, la spinta verso l’uguaglianza: da Erodoto (‘la parola più bella è ciò che è uguale per tutti’) in avanti. Nonostante la durezza delle rivoluzioni, però, l’ineguaglianza risorge e sempre daccapo provoca repulsa.
“IL CARAVAGGIO RUBATO” DI LUCA SCARLINI
“Non è mica vero che sono grezza e ruvida, spessa e non maneggevole, che sono tutta bozzi e fessure, che il colore si era crepato ben prima che invecchiassi, com’è naturale. Messer Caravaggio mi stendeva con quelle sue mani forti, cancellava una figura che c’era prima, distribuiva uno strato spesso di colore. Doveva fare in fretta: non c’era tempo. Una tartana lo aspettava al porto, il vento era propizio, c’erano altre tele da imprimere in città lontane di cui non conosco il nome. Mi suonavano dolci come promesse, ma potevano anche essere fonte di minacce”. Nella notte tra il 17 e il 18 di ottobre del 1969, svaniva per sempre, rubata con inaudita semplicità, la Natività di Caravaggio, l’unico dipinto del Maestro durante l’incerto soggiorno palermitano. Copriva una parete del mistico e festoso Oratorio di San Lorenzo di Palermo ed era incastonato nei “teatrini” di stucco dell’altro sommo, Giacomo Serpotta. Il danno del furto fu inestimabile, ma soprattutto riassumeva agli occhi dell’opinione pubblica l’inerte prigionia che irretiva Palermo. Enigma inquietante era la finalità simbolica di quello stupro alla città. Il libro di Luca Scarlini “Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto” (Sellerio) è la detection di un furto d’arte unico al mondo, di uno dei dieci capolavori trafugati più ricercati secondo l’FBI. Insegue la cronaca, il brusio di voci e il sussiego delle ipotesi, le ombre e le luci d’ambiente, la strategia della comunicazione mafiosa. E, inseparabile dal fatto, il mistero seducente della biografia del Caravaggio in Sicilia. Scarlini è saggista, drammaturgo, storyteller in scena. Tra i suoi libri: Lustrini per il regno dei cieli (Torino, 2008), Sacre sfilate (Milano, 2010), Un paese in ginocchio (Milano, 2012), La sindrome di Michael Jackson (Milano, 2012). Con Sellerio ha pubblicato Il Caravaggio rubato (2012, 2018) e Bianco tenebra. Giacomo Serpotta, il giorno e la notte (2017).
IL ‘68 RACCONTATO A MIO FIGLIO
Nel 2001 Giorgio Gaber usciva con un album che fece molto discutere e divise l’opinione pubblica e i commentatori, soprattutto quelli della sua generazione. Ciò che scavò una trincea tra opposti era il titolo e il senso di quell’album: “La mia generazione ha perso”. Si trattava della generazione del ’68, quella della più grande rivolta sociale del Dopoguerra. Oggi, nel cinquantesimo anniversario di quella rivolta giovanile che vide uniti nella lotta gli studenti di tutto il mondo (promotori di quel fenomeno) insieme alla classe operaia, a interrogarsi e raccontare ai giovani quel periodo è, tra i tanti, Leonello Zaquini. Lo fa con il libro “Il ’68 raccontato a mio figlio. Cosa volevamo fare, cosa non abbiamo fatto” (Mimesis, 2018, 90 pagine, 6 euro). Un volumetto agile e veloce, che nasce come lettera al figlio dopo che lo stesso gli aveva intimato che “un giorno o l’altro, questa faccenda del ’68 me la dovrai anche spiegare”. Lettera che poi ha girato tra parenti, amici e conoscenti, “ex sessantottini ormai invecchiati ed anche altri giovani che invece in quegli anni non erano nati”. Il tutto si è trasformato in discussione collettiva, per mail e in incontri familiari e tra amici. Ecco, quindi, che il libro è divenuto il parto non solo di ricordi e riflessioni di vita vissuta, ma di scambi tra protagonisti diretti e giovani inconsapevoli, ma curiosi.
Per l’autore, laureato in ingegneria al Politecnico di Torino e oggi professore onorario e imprenditore in Svizzera, amico e compagno di Pierangelo Bertoli e Dario Fo (con i quali ha fatto spettacoli tournée in Italia e all’estero), “il ’68 non fu una rivoluzione politica”, ma “una rivolta del costume contro le forme ingiuste e costrittive della morale e della società”. Per questi motivi non divenne mai una rivoluzione politico-istituzionale, ma una “rivoluzione sociale”. E in questo senso, spiega Zaquini nel suo libro, “fu una rivoluzione vittoriosa”. In questo stesso senso l’autore, dunque, supera Gaber e la trincea che il Signor G scavò nel 2001 e spiega perché “molti ex-sessantottini vivono l’impegno politico di allora quasi con senso di colpa”. Mentre lui prova a liberarli, cercando di “dimostrare alle nuove generazioni non soltanto che gli ideali erano giusti, ma che su molte battaglie il movimento trionfò”. Lo fa con un italiano discorsivo e di facile comprensione, come quello che si usa quando si parla a un figlio di cose care. In quattordici brevi capitoli gli racconta i primi fatti e il contesto, la situazione nazionale di quegli anni, il rapporto tra studenti e operai, il sesso, cosa gli abbia insegnato quel periodo, cosa non hanno fatto e cosa avrebbero dovuto fare i protagonisti di allora. L’opera si conclude con quello che è l’attuale convincimento di Zaquini: è “cominciato un nuovo ’68 sui temi allora lasciati in sospeso”. Almeno per lui che, trascinato dagli svizzeri, è tornato a girare i cantoni con la sua chitarra per “spettacoli ed animazioni di carattere musicale-politico”, nei quali si gli capita di “adattare nuovi testi con nuovi contenuti a vecchi motivi che cantavamo con il ‘Canzoniere del Vento Rosso’”. (Ema)
LA QUESTIONE MERIDIONALE IN BREVE
C’è un grande tema nazionale nel nostro Paese che si presenta nel dibattito pubblico a fasi alterne: la Questione meridionale. Fasi che dipendono da congiunture storiche, culturali e persino emozionali spontanee, come da interessi o strumentalizzazioni politiche per nulla spontanee. In questi ultimi anni tale Questione ha visto una ribalta nel discorso politico e culturale, nella quale si inserisce la riflessione di Guido Pescosolido, “La Questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia” (Donzelli, 2017, 170 pagine, 20 euro). Volumetto agile, utile a studiosi di nicchia come al grande pubblico che voglia farsi un’idea sul dualismo tra Nord e Sud, scritto in modo documentato, con criterio e metodo rigorosamente scientifici. Nella sua analisi Pescosolido spiega come vi siano stati fasi diverse dell’evoluzione e del progresso nazionale, che hanno visto un primo periodo post unitario 1861-1887 in cui il Sud economicamente “migliora e non perde terreno rispetto al Nord, anzi, il Sud è fattore propulsivo dello sviluppo capitalistico del Paese”. Dal 1887 segue una fase, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, in cui, “se la situazione del Mezzogiorno migliora sensibilmente, la sua economia resta eminentemente agricola, mentre al Nord parte un’industrializzazione diffusa e superiore: il dualismo assume dimensioni senza precedenti”.
Ecco, quindi, come con il costituirsi dello Stato unitario, il popolo italiano vive una condizione “migliore e più progressiva dal punto di vista non solo politico-istituzionale, ma anche economico, sociale e civile, di quella sino allora vissuta all’interno degli Stati preunitari, nessuno escluso”. Per l’autore, quindi, l’Unità da sola non è necessariamente la causa del successivo dualismo italiano. E seppure questo si sia venuto a creare nei decenni tra il 1887 e 1945, “lo Stato italiano avrebbe avuto tutte le possibilità di annullare il divario Nord-Sud”, soprattutto nel periodo successivo al miracolo economico e dalla seconda metà degli anni sessanta. In quel periodo l’Italia era divenuta una potenza industriale, con un progresso non drogato “dal debito pubblico, dall’inflazione e poi dalla svalutazione, come quello che invece fu realizzato negli anni ottanta-novanta”. Allora cosa è successo è perché è successo? L’autore individua nelle cause di questa mancata occasione le colpe e il fallimento delle classi dirigenti meridionali, che pure hanno avuto potere e risorse economiche. Le stesse classi dirigenti che non sono state in grado di operare una gestione progressista delle risorse della Cassa per il Mezzogiorno come di quelle dell’UE. A queste cause aggiunge poi la riforma del Titolo V della Costituzione e il conseguente aumento di tensioni istituzionali tra Stato, regioni ed enti locali, quello del conflitto tra cittadini del Nord e del Sud, divisi tra leghismo secessionista o autonomista e neo-meridionalismo revisionista. E arriva a individuare responsabilità anche nella società civile, a suo giudizio non in grado di contrastare le fasi di ristagno e decadenza. Però il professore di storia moderna alla Sapienza di Roma, trova anche risposte positive: occorre rilanciare investimenti che generano crescita produttiva, diminuendo la disoccupazione e rallentando lo storico fenomeno che caratterizza l’Italia: l’emigrazione. Processo necessario perché solo se l’Italia ottiene una crescita consistente il Mezzogiorno riduce il suo divario col Nord. Ma intervenendo pubblicamente “non con intenti clientelistico-assistenziali, ma ricreando nel Mezzogiorno una capacità di offerta di beni e servizi affidata non allo Stato imprenditore, ma a un’industria privata messa in condizioni di operare in un contesto attrattivo e sicuro”. (Ema)