Roma, 4 ott – In quel periodo l’Italia era divenuta una potenza industriale, con un progresso non drogato “dal debito pubblico, dall’inflazione e poi dalla svalutazione, come quello che invece fu realizzato negli anni ottanta-novanta”. Allora cosa è successo è perché è successo? L’autore individua nelle cause di questa mancata occasione le colpe e il fallimento delle classi dirigenti meridionali, che pure hanno avuto potere e risorse economiche. Le stesse classi dirigenti che non sono state in grado di operare una gestione progressista delle risorse della Cassa per il Mezzogiorno come di quelle dell’UE. A queste cause aggiunge poi la riforma del Titolo V della Costituzione e il conseguente aumento di tensioni istituzionali tra Stato, regioni ed enti locali, quello del conflitto tra cittadini del Nord e del Sud, divisi tra leghismo secessionista o autonomista e neo-meridionalismo revisionista. E arriva a individuare responsabilità anche nella società civile, a suo giudizio non in grado di contrastare le fasi di ristagno e decadenza. Però il professore di storia moderna alla Sapienza di Roma, trova anche risposte positive: occorre rilanciare investimenti che generano crescita produttiva, diminuendo la disoccupazione e rallentando lo storico fenomeno che caratterizza l’Italia: l’emigrazione. Processo necessario perché solo se l’Italia ottiene una crescita consistente il Mezzogiorno riduce il suo divario col Nord. Ma intervenendo pubblicamente “non con intenti clientelistico-assistenziali, ma ricreando nel Mezzogiorno una capacità di offerta di beni e servizi affidata non allo Stato imprenditore, ma a un’industria privata messa in condizioni di operare in un contesto attrattivo e sicuro”. (Ema)