Roma, 22 ott – Nata in Sicilia, Francesca Incudine ha al proprio attivo due recentissimi album (“Iettavuci” del 2014 e “Tarakè” del 2018); scrive e compone prevalentemente in dialetto siciliano e ha vinto la Targa Tenco 2018 per il miglior Album in dialetto.
Francesca, come è cominciata la tua carriera di cantautrice, e come mai hai scelto il dialetto siciliano per le tue canzoni?
“Il mio coinvolgimento nel mondo della musica inizia molto presto, all’età di 13 anni, quando suonavo il ‘tamburo a cornice’ (il tamburello, ndr) in una banda folkloristica del mio paese. Da lì ho cominciato a frequentare corsi di percussione e danze, appassionandomi alla tradizione popolare del Mediterraneo, con la musica salentina, la tammuriata napoletana e poi la musica greca, quella balcanica e più in generale il mondo contaminato della world music. La mia vena di scrittrice e successivamente cantautrice, si avvia per così dire in parallelo e in sordina. Da ragazzina comincio annotando le mie impressioni, i miei ricordi e le mie prime poesiole nel mio diario segreto, poi arrivano le mie prime canzoni che facevo ascoltare a pochi intimi nella mia stanzetta. La scelta del dialetto siciliano è venuta naturalmente. Il siciliano, così come altri dialetti del nostro paese, permette di condensare in poche parole immagini complesse che altrimenti sarebbe difficile rappresentare in italiano. In più, il siciliano è la lingua musicale per eccellenza, affonda le proprie radici negli endecasillabi dei greci ed è stato utilizzato sul campo dai nostri ‘cuntisti’ palermitani e da altri esponenti della tradizione”.
“Tarakè” è una parola che deriva dal greco antico, e che dà il titolo al tuo ultimo disco. Vuoi spiegarci cosa significa per te?
“L’amore per la parola è anche amore per la natura. Baudelaire diceva che la natura ci parla attraverso dei segni che dobbiamo decifrare e interpretare. Io mi sono subito innamorata del Tarassaco, fiore simbolico per eccellenza, detto anche Dente di leone o Soffione. Chi non ha soffiato da piccolo su questo fiore per disperderne i semi al vento ed esprimere un desiderio? L’album Tarake’ è appunto dedicato al mio desiderio di farmi ascoltare attraverso la mia parola e la mia musica. La parola Tarake’ (dal greco: scompiglio, turbamento) è la radice della parola Tarassaco (tarake’ – akos: problema e soluzione), e ben sottolinea le proprietà medicamentose di quel fiore, da cui si ricava un potente antinfiammatorio”. (BIG ITALY / SEGUE)