Roma, 31 ott – A settembre i flussi di lavoratori in entrata e in uscita hanno raggiunto il tetto dal dicembre 2014, coinvolgendo il 7,6% degli addetti. Un primo effetto, forse, della reintroduzione della causale nei contratti a tempo determinato di durata superiore all’anno, che spinge le imprese a occupare la manodopera non strategica per periodi inferiori ai dodici mesi. In un anno, le assunzioni nelle piccole imprese sono aumentate del 9,9%, le cessazioni del 15,6%. Nel frattempo, l’esigenza avvertita dalle imprese di gestire la manodopera in maniera flessibile e coerente con le proprie necessità ha facilitato la ricomposizione dell’occupazione usando le diverse tipologie contrattuali. I dipendenti con contratto a tempo indeterminato, infatti, sono diminuiti del 6,6% rispetto a settembre 2018 mentre sono cresciuti gli assunti con le altre modalità: tempo determinato (+26,3%), apprendistato (+19,5%) e lavoro intermittente (+18,7%). Va rilevato, però, che questa spinta, più decisa fino a giugno scorso, si è poi interrotta, lasciando sostanzialmente inalterati nei mesi seguenti il livello di addetti dal contratto a tempo indeterminato (intorno al 63% del totale) e la quota di assunti a tempo determinato, prossima al 24%. (red)