Roma, 5 nov – Lo scorso 31 ottobre si sono svolte in sessantuno province italiane, distribuite in quindici regioni, le elezioni per il rinnovo dei presidenti e dei consigli provinciali. In passato, una tornata del genere sarebbe stata momento di verifica politica ed elettorale per partiti e coalizioni di governo o di opposizione. Oggi, invece, pochi italiani erano a conoscenza di questo appuntamento e pochi media ne hanno dato conto. Questo perché, a rinnovare dette cariche, sono stati non più i cittadini, ma esclusivamente sindaci e consiglieri comunali dei relativi territori in una elezione indiretta, come stabilito della legge n. 56/2014: la legge Delrio. Una legge che ha modificato assetto e sistema in vista di un’auspicata e definitiva totale abolizione, che era arrivata con la riforma costituzionale della scorsa legislatura e che, invece, il referendum del quattro dicembre 2016 ha sonoramente bocciato. Così le province rimangono oggi in un limbo bizzarro, come enti di secondo livello molto utili nel territorio e nella tenuta della rete degli enti locali, ma bistrattate dalla politica e dalla contraddittoria vulgata populista che le dipinge come una sorta di Cenerentola delle istituzioni. In questo articolato contesto, provano ad orientarci Andrea Volpi e Daniele Di Mario, che hanno scritto un bel libro, uscito a fine settembre scorso, dal titolo “Provincia italiana. Dal flop della legge Delrio a un vero riordino degli enti locali” (Eclettica, 2018, 186 pagine, 15,00 euro). Un volume che prova a ordinare questa complessa materia dopo i primi risultati pratici della legge Delrio e la bocciatura della riforma costituzionale fortemente voluta proprio dall’ex ministro renziano. Lo studio si apre con l’analisi delle criticità della riforma delle province e continua, con onestà intellettuale, con la soggettiva descrizione degli aspetti validi che pure questa riforma si porta appresso. Così il volume finisce per diventare un bilancio dell’applicazione pratica della legge Delrio, soprattutto nelle province e città metropolitane, che sono poi quelle oggetto di pesanti tagli di fondi e impoverimento di competenze. Il libro, però, non manca di una parte propositiva nella quale gli autori avanzano la propria proposta non solo di riordino di questi enti ma, a loro giudizio, persino di rilancio. (Ema)