Roma, 26 nov – Secondo i dati del Piano Nazionale AIDS approvato a novembre 2017, gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono poco più di 5 milioni (circa l’8% della popolazione totale residente in Italia); di questi, il 52,4% proviene dall’Europa (di cui 1,5 milioni da Paesi UE), il 20,5% dall’Africa, il 19,3% dall’Asia ed il 7,7% dall’America. A questi vanno aggiunte una quota di immigrati regolari non iscritti all’anagrafe (circa 400.000) e una quota, attualmente difficilmente stimabile, di irregolari. Complessivamente appartengono a 192 differenti nazionalità, provengono da percorsi migratori profondamente diversi e da aree con differenti tassi di sieroprevalenza e sottotipi di HIV. Spesso si tratta di persone soggette ad elevata mobilità. E’ quanto emerso in occasione del 31mo convegno nazionale dell’Anlaids, associazione italiana nata per fermare la diffusione del virus HIV, che si è tenuto a Genova. L’incidenza di nuove diagnosi di infezione da HIV, corretta per età e genere, pur se diminuita negli anni, è circa 4 volte più alta tra gli stranieri rispetto agli italiani; oltre il 60% acquisisce l’infezione con rapporti eterosessuali e di questi 2/3 sono donne. La consueta percezione dei migranti spesso genera pregiudizi nei loro confronti anche per quanto riguarda il contagio da malattie infettive. In realtà, però, anche il riscontro di un’alta percentuale di persone provenienti da paesi ad alta endemia non deve trarre in inganno. “I migranti sono soggetti vulnerabili e più di altri hanno bisogno di attenzione” afferma Tullio Prestileo dell’Ospedale Civico-Benfratelli di Palermo. “La vulnerabilità ha diverse cause: anzitutto, nasce dalle condizioni di base in Africa e viene fortemente implementata dal percorso migratorio; successivamente, il migrante patisce la permanenza in Libia; infine, arrivati in Italia, dove spesso vengono meno quelle che l’OMS definisce «determinanti di salute» e di conseguenza la probabilità di ammalarsi aumenta in maniera proporzionale a questa perdita. In breve, le precarie condizioni di vita provocano un maggior rischio di ammalarsi”. (SEGUE)