L’81,77% dei ragazzi delle medie e il 49,88% delle superiori sostiene che siano presenti delle regole in famiglia sull’accesso alle tecnologie digitali in casa. E, tra di loro, rispettivamente nel 26,48% e nel 36% dei casi i figli hanno avuto un ruolo nel definirle. Sono solo alcuni dei dati emersi da una ricerca condotta dal Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica tra gli studenti di alcuni istituti della provincia di Brescia e che viene presentata oggi a chiusura di un corso di formazione per insegnanti promosso dal Cremit nel Bresciano.Inoltre nelle famiglie in cui non sono presenti regole, il 31,25% dei ragazzi delle secondarie di I grado e 33,85% delle secondarie di II grado ritiene che dovrebbero invece essere presenti (ma i ragazzi chiedono un ruolo nel stabilirle). Più della metà degli studenti delle scuole superiori – a differenza dei ragazzi delle medie – dichiara di non vedere più la televisione almeno una volta al giorno: si tratta di un passaggio significativo nei consumi mediali delle nuove generazioni. Lo smartphone è sempre più il device per eccellenza, mentre l’utilizzo dei tablet riguarda una minoranza dei giovani. Sdraiati o seduti sul divano è la postura in cui si utilizzano maggiormente i device digitali, la propria camera è il luogo preferito. Quanto agli orari, emerge la tendenza a consultare lo smartphone di sera o di notte (talvolta diventa una “gara” a chi è più connesso all’interno del gruppo whatsapp della classe). A differenza di smartphone, pc e tablet (utilizzati in prevalenza “da solo”), la televisione è un dispositivo che si condivide con altri in famiglia. “Non so cos’altro fare” e “devo rispondere a chi mi ha scritto sulle chat e i social” sono le due motivazioni più dichiarate dai ragazzi per motivare l’uso dei device. “Distrarmi”, “divertirmi” e “stare con gli amici” sono gli scopi principali di chi accende un device; anche lo smartphone è percepito come tecnologia di comunità e per accedere a relazioni sociali. Le “cerchie di amicizia” sono soprattutto gli amici, i mondi vicini più di quelli lontani.
“Le tecnologie digitali – spiega Pier Cesare Rivoltella, direttore del Cremit e professore ordinario di Didattica generale e Tecnologie dell’educazione dell’Università Cattolica – sono agente attivo di profondi cambiamenti sociali, culturali, politici ed economici. Allenare il pensiero critico non basta più. Ovvero: se al tempo dei media di massa, essere capaci di “leggere i messaggi” criticamente significava garantirsi che le persone avessero le risorse sufficienti a non farsi condizionare, a produrre un ‘pensiero proprio’ in risposta al rischio del ‘pensiero unico’, oggi questo non è più sufficiente perché rappresenta solo la metà dell’opera. Non basta più educare lo spettatore, occorre anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato grazie allo smartphone che si porta in tasca. Questo significa, come propone il Curriculum di Educazione Civica Digitale, che insieme al pensiero critico occorre sviluppare consapevolezza e responsabilità negli studenti. Occorre quindi che la scuola aiuti ad accompagnare la complessità del cambiamento. La scuola può infatti aiutare gli studenti, e con essi i genitori, a costruire strategie positive per affrontare una disponibilità di tecnologie, di informazione e comunicazione senza precedenti”. (27 nov – red)