Presso il Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri, a Roma, fino al 14 gennaio, è stata inaugurata una singolare mostra sul Risorgimento. L’epopea ottocentesca è rievocata attraverso una raccolta di 47 bellissime armi bianche, tutte di raffinata fattura, facenti parte della collezione privata del Prefetto Francesco Paolo Tronca, già Commissario Straordinario a Roma Capitale. La cerimonia si è svolta alla presenza del presidente della Fondazione Memoriale Garibaldi Aldo Accardo, del prefetto Tronca e del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri. L’esposizione presenta esemplari unici per il grande valore artistico e storico, appartenuti al generale Giuseppe Garibaldi e a personaggi che, nel corso della loro vita, hanno avuto stretti contatti con l’Eroe dei due mondi. Si tratta di armi d’onore, di premio, di riconoscenza, donate all’eroe nazionale o da lui donate ad altri, che con la loro bellezza catturano il visitatore e richiamano un periodo fondamentale della storia patria. Il titolo della mostra, “Ovunque Vinse”, prende spunto dall’incisione presente sulla lama di una delle armi più belle della collezione, un notevole esemplare di sciabola “da regalo” per ufficiale generale piemontese modello 1855. Fu donata all’eroe dal Comitato Unitario Nazionale l’8 ottobre 1860 e reca incisa sulla lama la dedica “ovunque vinse il tuo genio guerrier”. Non meno interessante è la Spada d’Onore donata a Ricciotti Garibaldi, il figlio del generale, caratterizzata da un fornimento di pregevolissima fattura, raffigurante una vittoria alata e un leone a riposo, quali simboli dei trionfi militari. L’esposizione è completata da alcune sciabole straniere dell’epoca, a conferma di quanto l’eroe fosse divenuto un mito universale, conosciuto e amato in Europa e in America, per le imprese compiute con i Mille e altri compagni d’arme, in nome del bene supremo della Libertà. (red)
FIRENZE, IL CODICE LEICESTER DI LEONARDO
Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci a Firenze come anteprima di assoluta grandezza delle celebrazioni leonardiane che si svolgeranno in tutto il mondo nel 2019, in occasione dei 500 anni della morte di una delle figure-icona della storia dell’umanità. Lo offre alla città Bill Gates, il fondatore di Microsoft che ne è diventato proprietario (lo ha acquistato dal miliardario Armand Hammer nel 1994), e sarà esposto agli Uffizi fino al 20 gennaio. La mostra, “Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci. L’Acqua Microscopio della Natura”, è frutto di oltre due anni di preparazione ed è realizzata da Gallerie degli Uffizi e dal Museo Galileo col contributo di Fondazione CR Firenze. I 72 fogli del Codice sono collocati nell’Aula Magliabechiana degli Uffizi e, grazie ad un innovativo sussidio multimediale, il Codescope, il visitatore può sfogliare i singoli fogli sugli schermi digitali, accedere alla trascrizione dei testi, e ricevere molteplici informazioni sui temi trattati. Sono esposti anche alcuni spettacolari disegni originali di Leonardo, prestati da prestigiose istituzioni italiane e straniere. Per il Codice Leicester si tratta del secondo ‘viaggio’ a Firenze in quanto fu esposto nel 1982 (ma allora era ancora denominato Codice Hammer) nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi). (red)
TRENTO: IL DUO “ESOTERICO” DJURBERG&BERG
– Vincitrice del Leone d’Argento e del Carnegie Art Award, presente nelle maggiori collezioni del mondo, tra le protagoniste dell’arte contemporanea del Nord Europa, la svedese Nathalie Djurberg da anni collabora con Hans Berg, musicista, produttore e compositore, particolarmente noto negli ambienti dell’elettronica e della sperimentazione. Insieme i due artisti costruiscono grandi installazioni immersive, veri e propri paesaggi dell’assurdo che indagano le dinamiche e le contraddizioni del nostro tempo. Tra ironia e paradosso i due artisti mettono in scena taglienti allegorie dei sentimenti più viscerali e grotteschi: gelosia, vendetta, cupidigia e lussuria. Seconda tappa del progetto che coinvolge Moderna Museet e SchirnKunsthalle, l’esposizione si tiene a Palazzo Roverella a Trento fino al 27 gennaio. L’esposizione – la più ampia rassegna mai realizzata dedicata al duo svedese – ripercorre i rapporti tra le correnti esoteriche in voga tra il 1880 e gli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale e la loro influenza sulle arti figurative europee, dal movimento simbolista alle successive avanguardie storiche. Tra gli artisti in mostra: Odilon Redon, Paul Ranson, Eugene Grasset, Jean Delville, FelicienRops, Austin OsmanSpare, Paul Serusier, Alberto Martini, Carlos Schwabe, Wassily Kandinsky, Auguste Rodin, Edvard Munch, Paul Klee, Gaetano Previati, Giacomo Balla, Piet Mondrian. (red)
ROMA: L’ARTE SPAGNOLA NEGLI ANNI ‘50 E ‘60
La poetica tra astrazione e figurazione: dopo Mosca con oltre 26mila visitatori, arriva a Roma la mostra dedicata all’arte spagnola degli anni Cinquanta e Sessanta, dal titolo “La poéticaentreabstracción y figuración”. Fino al 12 gennaio, per la prima volta in Italia, viene esposta all’Instituto Cervantes di Roma la collettiva che comprende le opere di 18 artisti informali e realisti spagnoli, tra cui Antonio López, Amalia Avia, María Moreno, Manuel Millares, JuanaFrancés, Antonio Saura, Rafael Canogar, Manuel Rivera e MartínChirino. La mostra si compone di 34 opere tra dipinti, rilievi, sculture e disegni, riunendo insieme due generazioni di artisti ispanici che hanno dedicato la loro vita all’arte d’avanguardia, in un contesto difficile caratterizzato dall’isolamento politico e culturale del paese. Il desiderio di rinnovare l’arte contemporanea a Madrid negli anni del dopoguerra, tra le difficoltà imposte dalla dittatura franchista, è il comune denominatore di questa mostra che, per la prima volta, riunisce le migliori opere di astrazione e figurazione spagnole di quell’epoca. In particolare sono esposti i lavori dei componenti dei due movimenti d’arte moderna più rappresentative di quegli anni: “El Paso” che ha sperimentato con l’arte informale e “Realistas de Madrid”, orientati all’arte figurativa. La collettiva propone uno sguardo lucido verso una delle più grandi generazioni della modernità spagnola, focalizzandosi nello scenario madrileno e mettendo faccia a faccia il lavoro degli artisti dell’informale di El Paso (1957-1960) e quello di coloro che seguono il realismo quotidiano. A fare da ponte tra i due gruppi evocati nella mostra è l’arte informale di Lucio Muñoz. (red)
VITERBO: L’AFRICA DI SOLY CISSÈ
Viterbo -Allo Kyo Noir Studio di Viterbo un nuovo atto di ‘Ex Africa Semper aliquid novi’, con l’artista senegalese Soly Cissè nella mostra “Physiologus”, allestita fino al 26 gennaio. La materia è il divenire continuo del reale e dell’essere, la materia ha la capacità di mostrare il proprio passato, trasformarsi e diventare futuro e di essere e manifestare il proprio presente. Nell’opera di Cissè la materia diventa esistenza, che non riesce a riconoscersi e prendere coscienza del sé, che non definisce un tempo o un luogo, ma rappresenta il moto e l’esperienza fugace dell’essere. Cissè dispone la materia pittorica direttamente sulla tela in strati spessi che si aggrovigliano: un attimo con gesti violenti e decisi e un attimo dopo delicatamente come un soffio leggero. La pittura diventa moto esistenziale che alterna il flusso della materia viva e pura, dalle quale emergono come impigliati e prigionieri delle creature fantastiche e chimeriche, facendo assumere all’artista l’autorità di un immaginario Physiologus. Physiologus non inteso come studioso della natura, ma come interprete sublime della natura. Le creature fantastiche che abitano i quadri di Cissè lottano per trasformarsi da esseri informi a figure reali, che attraverso l’immaginazione della nostra mente si materializzano da puri segni illeggibili in raffigurazioni del pensiero astratto del nostro subconscio. La mostra rappresenta un viaggio all’interno del nostro animo più profondo, un viaggio nell’inconscio, ma per riuscire a percorrere il viaggio è necessario guardare l’opera nel profondo, immergersi nelle pieghe della pittura, nelle tracce di colore che sfumano verso l’interno, ed abbandonarsi in una totale e sublime contemplazione.
VENEZIA: OMAGGIO AD OSVALDO LICINI
La mostra “Che un vento di follia totale mi sollevi”, negli spazi espositivi della Collezione Peggy Guggenheim, fini al 14 gennaio. Un prezioso omaggio a Osvaldo Licini (1894 – 1958), personaggio chiave della scena artistica italiana della prima metà del XX secolo. Undici sale e novantotto opere ripercorrono la vicenda artistica di Licini, dirompente quanto tormentata, dal 1913 al 1958, anno in cui fu insignito del Gran Premio per la pittura alla XXIX Biennale di Venezia, e della sua prematura scomparsa. Dalla prima fase figurativa degli anni ’20 si passa all’astrattismo degli anni ’30 fino ad approdare ai quei misteriosi personaggi sognanti, l’Olandese volante, l’Amalassunta e l’Angelo ribelle degli anni ’40 / ’50. Prorogata inoltre fino al 14 gennaio la mostra “1948: la Biennale di Peggy Guggenheim”, nell’anno del 70mo anniversario dell’esposizione della collezione di Peggy Guggenheim alla XXIV Biennale di Venezia. Oltre a fotografie, lettere, documenti, in parte inediti, a sorprendere il visitatore è un fedelissimo modello tridimensionale che per la prima volta ricostruisce minuziosamente gli spazi e l’allestimento originario del ’48, seguito dall’eminente architetto veneziano Carlo Scarpa. (red)
LECCO: L’OTTOCENTO LOMBARDO
Lecco, 21 dic – Fino al 20 gennaio il Palazzo delle Paure di Lecco propone un viaggio esplorativo nella pittura e, più in generale, nella cultura della Lombardia del XIX secolo, attraverso la mostra “L’Ottocento lombardo”. Partendo dalla stagione romantica, passando per le esperienze risorgimentali e le ribellioni scapigliate, il percorso approda all’impegno sociale delle generazioni di fine secolo e alla ricerca divisionista. È ormai noto che l’Ottocento italiano sia un secolo ricco di motivi di interesse e di personalità artistiche da scoprire. Se alcune aree italiane, su tutte la Toscana, sono state già portate all’attenzione del grande pubblico, la scena artistica della Lombardia del XIX secolo continua a essere poco nota. Ad eccezione di alcuni grandi nomi che hanno già conosciuto la loro importante riscoperta (quali Francesco Hayez), la maggior parte di artisti è ancora tutta da raccontare, in attesa di una necessaria quanto meritata riscoperta. La mostra analizza sia i movimenti e le tendenze iconografiche, che la biografia e la personalità dei singoli artisti, seguendo un filo narrativo chiaro ed esaustivo che si propone di far luce su un tema non sempre così noto. L’esposizione, dunque, offrirà l’opportunità di scoprire un universo dinamico e sorprendente, artisticamente e intellettualmente molto raffinato e sperimentale, e di indagare la società italiana del tempo, tra certezze e contraddizioni. Pur tenendo come cardine la scena milanese – in particolare il magistero dell’Accademia di Brera – la mostra indagherà con attenzione anche la situazione delle altre provincie lombarde e le aree più periferiche e provinciali. (red)