In un’Italia ribaltata – eppure estremamente familiare –, le complicazioni del pensiero e della parola sono diventate segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale, in mancanza di qualcosa in cui sperare, si dà a scoppi di rabbia e applausi liberatori, insulti via web e bastonate, in un’ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali. Il primo a cadere, linciato sul pianerottolo di casa, è il professor Prospero, colpevole di aver citato Spinoza in un talk show, peraltro subito rimbrottato dal conduttore: “Questo è uno show per famiglie, e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”. Cogliendo l’occasione dell’omicidio dell’accademico, il ministro degli Interni istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic per censire coloro che “si ostinano a credersi più intelligenti degli altri”. La scusa è proteggerli, ma molti non ci cascano e, per non essere schedati, si affrettano a svuotare le librerie e far sparire dagli armadi i prediletti maglioni di cachemire… Intanto Olivia, la figlia del professore, che da anni vive a Londra, rientrando per il funerale, trova un paese incomprensibile. In un crescendo paradossale e grottesco – desolatamente, lucidamente divertentissimo –, Olivia indaga le cause che hanno portato all’assassinio del padre. Attraverso i suoi occhi, facendo scattare come una tagliola il meccanismo del più affilato straniamento letterario, Giacomo Papi, nel suo “Il censimento dei radical chic” (Feltrinelli, pp. 144, 12 euro) ci costringe a vedere, più che il futuro prossimo, il nostro sobbollente presente. Con spietata intelligenza e irrefrenabili risate.
ZYGMUNT BAUMAN E “IL RITORNO DELL’ESTRANEO”
Lo scorso 31 dicembre, nel suo messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica Mattarella ha esordito parlando di sicurezza, seppure declinando il concetto nella sua forma più completa e complessa, oltre che umana e civile, ma collocando questo bisogno, ormai diffuso largamente e più su un piano di percezione che di reale necessità, tra quelli principali nell’agenda politica, mediatica e sociale. E non solo italiana. Se ciò avviene, se il Presidente ha sentito il bisogno di spiegare il concetto nella sua complessità, nei suoi diversi aspetti, è anche perché oggi chi ha l’esigenza di sentirsi sicuro concentra la propria attenzione su – e individua come elementi di insicurezza – un’unica umanità: gli “estranei”. Con essi pensando agli immigrati, ai rom, ai senza fissa dimora e alle persone più in generale di etnia diversa. Questo modo di agire porta con sé la vana speranza (e la storia dovrebbe insegnarlo quanto vana sia, con le tragedie del passato non molto lontano e che minacciano di ritornare) che l’allontanamento di questi individui possa portare alla risoluzione dei problemi della società che li accoglie o nella quale provano a inserirsi.
Di questo tema si occupa un’opera che dà alle stampe in questi giorni l’editore Castelvecchi, tradotta da Massimo De Pascale. Si tratta dell’agile libretto di Zygmunt Bauman, “Il ritorno dell’estraneo”, (Castelvecchi, 2019, 48 pagine, 5 euro). Bauman, in questo saggio, ricorda come negli “estranei” vi siano sempre insiti elementi di sorpresa o di imprevedibilità, spiega come questo scarto sia, in effetti, un territorio ambivalente, un elemento di pericolo e allo stesso tempo di libertà, di attrazione per l’altro o di repulsione. E ragiona di come queste contrapposizioni (o se si vuole pregiudizi, luoghi comuni) si alimentino e sorreggano vicendevolmente, coniugandosi in ambiti sia positivi che negativi. Per questo non ci dovrebbe essere paura dell’altro, dell’estraneo, del “diverso”. Per questo il sentimento di insicurezza si rivela una percezione spesso alterata e, soprattutto, per questo la sicurezza non si ottiene con l’allontanamento o il respingimento dell’estraneo. (Ema)
COME TI RICOSTRUISCO “FABRIZIO DE ANDRE’ IN CONCERTO”
“Ma l’episodio più clamoroso è successo quella volta – non so più in quale paese – che Fabrizio si alzò dalla sedia, arrivò a bordo palco, e diede sollievo alla vescica senza accorgersi, nell’oscurità, che sotto di lui c’era una signora in pelliccia – la moglie del sindaco! Un gesto antiautoritario supremo, sebbene inconsapevole!”. In questo gesto c’è già tutta la figura di Fabrizio De Andrè – intellettuale in crisi e genio musicale, anche politicamente anarchico – la sua visione del mondo, il suo essere in crisi esistenziale per il contrasto forte e insanabile tra la sua classe sociale di provenienza e appartenenza (l’alta borghesia), le sue maniere da persona di natura gentile e cordiale e la sua vicinanza culturale, etica e umana verso gli ultimi e i diversi (il sottoproletariato). Questo contrasto lo porta a esprimere in arte (e in politica) radicalità e ostinazione culturale in contrasto con un carattere riservato e timido, che gli procura persino paura del pubblico e dell’esibizione. Questo ritratto emerge anche dalle pagine dell’ultimo libro dedicato al grande artista genovese, uscito lo scorso 2 gennaio e firmato da Franco Zanetti e Claudio Sassi (“Fabrizio De Andrè in concerto”, Giunti editore, 2019, 102 pagine, 8,42 euro). Vi è un po’ di tutto di Faber: la sua particolarissima e bella figura, i suoi esordi pubblici alla Bussola carico di alcool per riuscire a superare l’impatto iniziale con la platea, le tournée dei decenni successivi, fino all’ultimo concerto del 24 agosto del 1998.
Una ricostruzione, questa di Sassi e Zanetti, fatta attraverso le cronache dei mass media del tempo e i ricordi di musicisti e persone che lo hanno accompagnato e frequentato, ma soprattutto le interviste mirate per questo libro, dalle quali emergono informazioni e racconti inediti. E ancora copie di scalette dei concerti, locandine di spettacoli e, ovviamente, qualche immancabile aneddoto. Non si tratta di un libro fondamentale per capire l’opera artistica e filosofica dell’intellettuale De Andrè, né vuole esserlo, ma è sicuramente un tassello importante per inquadrare l’uomo e il suo carattere privato nella sua veste da artista con doveri verso il pubblico: elementi che non sempre si incastravano facilmente, anzi, che a volte producevano una miscela esplosiva sia nei confronti della morale pubblica (spesso perbenista e sulla quale De Andrè ha più volte ragionato in modo assai critico), che della politica. (Ema)
LA “REGOLA DI SAN BENEDETTO” DIVENTA UN AUDIOLIBRO
Dal 23 dicembre è disponibile in esclusiva su Audible.it e iTunes, per la prima volta nella storia in audiolibro, la “Regola di San Benedetto”. La lettura straordinaria e intensa dell’Abate di Montecassino S. E. Dom Donato Ogliari – registrata eccezionalmente nell’Abbazia di Montecassino, casa di San Benedetto – valorizza al massimo uno dei testi fondamentali del Cristianesimo. San Benedetto è uno degli uomini più insigni suscitati da Dio per segnare un’impronta significativa nel campo della santità cristiana e della stessa civiltà umana. Fondò l’Abbazia di Montecassino e diede inizio ad un ordine di monaci che voleva vivere secondo quella regola: l’Ordine dei Benedettini. A San Benedetto sono stati attribuiti molti miracoli ma San Gregorio Magno sosteneva che il suo miracolo più importante e duraturo è stato la stesura, tra il 530 e il 547 d.C., della sua Regola, conosciuta come Regola di San Benedetto. La Regola, oggi fonte di ispirazione anche per importanti manager aziendali in tutto il mondo, incoraggia la preghiera, il lavoro, l’amore, il rispetto, l’umiltà, la moderazione e la comunione. L’audiolibro “Regola di San Benedetto” è pubblicato da Volume Audiobooks, società di produzione ed edizione di audiolibri con distribuzione internazionale specializzata in cinema, teatro, musica, arte, cucina e sport.
RAI: DALLA TV ALLA LIBRERIA, 8 LIBRI PER LA SERIE “COMPAGNIA DEL CIGNO”
“Dalla prima serata televisiva alle pagine del libro, da Rai Fiction a Rai Libri e viceversa: un percorso tante volte sperimentato con successo, che, in occasione della messa in onda della serie tv La Compagnia del cigno, avrà un ulteriore inedito sviluppo narrativo: sette volumi, dedicati alle storie dei sette giovani protagonisti, prima del loro arrivo al Conservatorio Verdi di Milano, un vero e proprio prequel della serie Tv, che va a integrare il racconto principale”. Ad affermarlo Flavio Mucciante, direttore editoriale di Rai Libri, presentando La Compagnia del cigno, serie Tv in sei serate, scritta da Ivan Cotroneo, in onda su Rai 1 da lunedì 7 gennaio. Lettori e appassionati potranno così scoprire curiosità e aneddoti, legati alla vita dei loro personaggi preferiti: Matteo, Sara, Domenico, Barbara, Robbo, Sofia e Rosario, che danno anche il titolo ai sette volumi, disponibili in libreria e negli store digitali dal 15 gennaio. Ogni volume sarà in vendita al prezzo di otto euro ciascuno, pensato proprio per un target di giovanissimi, corredato da una sovraccoperta con l’immagine dei protagonisti, che diventa anche poster. Ai sette libri dedicati ai ragazzi se ne aggiunge un ottavo, un romanzo finale, che tirerà le fila dell’intera storia, attraverso il racconto di Rossella, la Direttrice del Conservatorio. “Una scommessa editoriale legata alla serie tv- ha affermato Mucciante- che testimonia come la contaminazione tra generi stia diventando sempre più strategica all’interno del gruppo Rai”.