(16 gennaio 2019) In un un’intervista al Corriere della Sera, Davide Casaleggio afferma che il progresso tecnologico è destinato a cancellare una quota crescente di posti di lavoro e spiega che occorrono meccanismi di redistribuzione della ricchezza svincolati dall’occupazione, come è appunto il reddito di cittadinanza.
Questa sfiducia nel futuro del lavoro non è solo una rispettabile opinione personale ma ispira la politica di un partito importante come il Movimento 5 Stelle e dunque – pro quota – anche quella del governo. Tant’è che delle 57 pagine del contratto con la Lega il capitolo “lavoro” ne occupa solo una e mezzo, meno dello spazio dedicato allo sport.
Tracce di questa impostazione si ritrovano in molti dei provvedimenti adottati o proposti nei primi sette mesi di vita del governo: la cassa integrazione a vita, anche quando l’azienda non ha alcuna possibilità di sopravvivere; la pensione a 62 anni, contro ogni regola demografica; i negozi chiusi la domenica; l’ostilità nei confronti delle grandi opere infrastrutturali; la condanna morale nei confronti della ricchezza, quantificata peraltro in modo assai bizzarro considerando, per esempio, come “pensione d’oro” un assegno di tremila euro al mese o come retribuzione eccessiva i 97 mila euro lordi annui del direttore dell’Agenzia Spaziale, uno scienziato di fama mondiale prontamente destituito in nome dello spoil system e del risparmio. Chi volesse avere un quadro completo di questa filosofia pauperista può leggere alcuni dei saggi pubblicati nell’ultima edizione dell’Annuario del lavoro, e in particolare quello – molto documentato – a firma Nunzia Penelope.
Nell’Annuario oltre quaranta tra giuslavoristi, sociologi ed economisti raccontano e difendono le ragioni del reddito che nasce dal lavoro e non di quello che si propone di sostituirlo.
