Roma, 19 feb – “Tale esigenza, però – riflette Porta – va introdotta con intelligenza e buon senso. E a questo proposito faccio notare una evidente incongruenza nel decreto, che richiede all’inizio di un processo che durerà ben quattro anni (!?) la conoscenza della lingua, addirittura con un certificato B1. Se si voleva, insieme alla promozione della conoscenza della lingua italiana, sostenere i vari enti responsabili per l’insegnamento della lingua italiana in Italia e all’estero (Istituti di Cultura, Dante Alighieri, Enti Gestori), bastava inserire questa esigenza a completamento del lungo iter di trattazione della domanda e quindi al momento della concessione della cittadinanza. Un accorgimento semplice che darebbe, appunto, un grande impulso a questi enti e che sarebbe più coerente con la richiesta di una conoscenza della lingua a seguito di una cittadinanza ‘per matrimonio’ (che per sua natura non è basata sulla necessaria comunanza linguistica tra i due coniugi)”. “Un piccolo intervento di buon senso, che presupporrebbe però che questo decreto e tutte le norme dell’attuale governo italiano sulla cittadinanza fossero ispirate al buon senso, appunto, e non alla criminalizzazione di stranieri in Italia e italiani nel mondo – conclude Porta -. Ho già sottoposto ai colleghi parlamentari questa osservazione, trovandoli attenti e disponibili; su questa e altre questioni continuerò a impegnarmi, convinto che cittadinanza equivale a inclusione e integrazione e non a mortificazione e penalizzazione, come Salvini & C. continuano a credere e sostenere”. (Red)