Roma, 26 feb – “Il sistema sanitario egiziano non mi ha mai voluto curare. Per questo ho deciso di accettare l’offerta ricevuta da austriaci prima e tedeschi poi. Dopo ventitré giorni di coma e due anni trascorsi immobilizzato in un letto perché impossibilitato a camminare, ho voluto riprendere in mano la mia vita, affrontando di petto anche il trauma psicologico che avevo subìto”. Lo racconta l’egiziano Hassan, nome di fantasia per mantenere l’anonimato, alla giornalista Azzurra Meringolo Scarfoglio nella sua inchiesta-reportage dal titolo “Fuga dall’Egitto. Inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe” in Infinito Edizioni, nel corso di una serie di incontri a Berlino, dove sta provando a ricostruire la sua vita, fisica e psicologica. Hassan è uno dei tanti che sono scappati dall’Egitto, ma la particolarità della sua vicenda risiede nel fatto che il motivo principale dell’esilio sia stato la necessità di ricevere altrove le cure che gli erano negate nel suo Paese, dove non solo gli era negato il diritto alla salute ma anche quello di esprimere critiche nei confronti del governo. I nuovi esuli egiziani intervistati dall’autrice sono dispersi nel mondo per sfuggire al carcere, a sommari processi di massa, a tentativi di cooptazione, alla censura di chi non voleva che raccontassero – ad esempio – dettagli scomodi sulla tragica fine di Giulio Regeni. Per alcuni l’esilio è arrivato dopo lunghi periodi di detenzione, segnati da torture fisiche e psicologiche. Dalla diaspora raccontano il viaggio con il quale è iniziato il loro esilio, spesso una fuga improvvisa che li ha resi parte di quella che alcuni storici hanno già definito la più importante ondata migratoria nella storia dell’Egitto contemporaneo. E tra gli esuli che sognano di tornare in patria nasce anche una nuova intellighenzia, che lavora per quando in Egitto tornerà la libertà. (Red)