“Storicamente il Tibet non ha mai fatto parte della Cina e molti testi storici cinesi lo riconoscono. Dalla dinastia Tang, fino a quella Manchu esistevano tre imperi distinti: quello cinese, quello mongolo e quello tibetano. La storia è la storia. Ma nonostante ciò, dal 1974 abbiamo rinunciato ad ogni richiesta di indipendenza dalla Cina e siamo disponibili a negoziare lo status di un Tibet autonomo all’interno della Repubblica Popolare Cinese, a condizione che la Cina riconosca ai tibetani i loro diritti fondamentali: professare la propria religione, tenere in vita la lingua e la cultura tibetana, preservare il proprio stile di vita. Siamo sempre disponibili al dialogo e siamo aperti a soluzioni politiche condivise anche se a Pechino continuano a definirmi un ‘separatista’. . . Molti intellettuali in Cina e anche diversi membri del Partito comunista sono disponibili al dialogo con il Tibet. Le cose stanno cambiando, ma non sono in grado di valutare quanto grandi saranno questi cambiamenti in Cina nel prossimo futuro”. Così alla Stampa il Dalai Lama Tenzin Gyatso per il quale relativamente alla situazione a Lhasa e nel resto del Tibet sostiene che “Non c’è dubbio che vi sia stato in questi anni un notevole sviluppo materiale e ciò è certamente positivo, ma in diverse aree della Regione Autonoma Tibetana abbiamo notizie di una forte repressione e di un controllo crescente nei confronti della popolazione. Anche lo studio della lingua tibetana in alcune scuole è vietato o vi sono crescenti restrizioni. E non è solo un problema del Tibet. Guardi cosa sta accadendo nel Sinkiang dove il regime cinese ha promosso una politica di internamento di centinaia di migliaia di uiguri”. Crede che un dialogo con la Cina sia ancora possibile? “Si certo, è sempre possibile! Fra il 2002 e il 2010 vi sono stati contatti diretti con il governo cinese poi purtroppo il dialogo si è interrotto”. “Il Congresso degli Stati Uniti ha da poco votato una risoluzione per aprire il Tibet ai media internazionali. Apprezzo molto tutto ciò. Fra Cina e Tibet vi è uno scontro fra il potere della verità e il potere della forza, fino al oggi ha prevalso il secondo, ma sul lungo periodo non potrà che prevalere il primo. La verità avrà la meglio sulla forza. La leadership cinese ha in questi anni optato per una linea di durezza e fermezza nei confronti della questione tibetana: per sessant’anni la popolazione è stata sottoposta a soprusi, terrore, torture, carcerazioni arbitrarie e “lavaggio del cervello”, ma la durezza della repressione ha fallito: le nuove generazioni in Tibet sono sempre più motivate nel conservare la propria cultura e la propria identità. Ora anche fra diversi leader cinesi ci si interroga se non sia giunto il momento di adottare una politica meno repressiva e più realistica in Tibet. Vedremo”.
(8 MAR / red)
