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Le 24 ore in cui
rapirono
Aldo Moro

it@withub.it by it@withub.it
15 Marzo 2019
in Archivio speciali - Libri
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LIBRI: 16 MARZO 1978, LE VENTIQUATTRO ORE IN CUI RAPIRONO MORO

“Dall’abitazione di Aldo Moro, in via del Forte Trionfale, il covo brigatista di via Montalcini dista dodici chilometri. Un percorso quasi in linea retta da nord a sud della città, che i sequestratori hanno allungato per motivi di sicurezza, preferendo strade secondarie che hanno consentito loro di arrivare a destinazione senza incidenti né contrattempi. Lungo il percorso, subito dopo aver lasciato via Fani, hanno incrociato una volante che correva con la sirena accesa e la paletta fuori dal finestrino, ma andava nella direzione opposta e non s’è accorta di essere passata accanto ai terroristi in fuga con l’ostaggio”. Giovanni Bianconi in “16 marzo 1978” (pubblicato dalla casa editrice Laterza) racconta le ventiquattro ore che hanno cambiato l’Italia. Poche volte nella storia capita che un intero Paese si accorga immediatamente di essere di fronte a uno spartiacque, a un momento da cui si uscirà profondamente diversi. È quello che accade il 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro ma anche il giorno della fiducia al primo governo che vede il voto favorevole del Partito comunista. Bianconi è inviato speciale del “Corriere della Sera, per il quale segue le più importanti vicende di cronaca giudiziaria, criminalità, terrorismo e politica della giustizia. Ha collaborato a soggetti e sceneggiature di fiction e documentari tra cui “Gomorra. La serie “(Sky) e “I mille giorni di mafia capitale” (Rai3).

 

LIBRI, L’ITALIA “SUONATA” DAL BOOM AL NUOVO MILLENNIO

“C’è un sentiero che unisce i fatti della storia e la colonna sonora della nostra vita. La prima e unica storia d’Italia suonata a ritmo di pop e rock. Con Modugno gli italiani sognano di volare e si risvegliano nella notte del Vajont. Si scandalizzano con gli amori proibiti di Mina e la follia di Celentano. E poi gli enigmi della morte di Tenco, Gaber che rivendica la libertà dal conformismo, il processo degli autonomi a De Gregori, De André che solidarizza con i suoi rapitori, Dalla elogiato da Berlinguer, Guccini all’osteria con Wojtyla. E ancora: Rino Gaetano, l’irregolare, la rivalità tra Vasco e Ligabue, Pelù di fronte a Gelli, Pino Daniele e i lazzari moderni di Napoli. E mille altre storie, fra stragi impunite, terrorismo, il caso Moro, Tangentopoli e le tragedie dei migranti. Un mare di canzoni indimenticabili per chi c’era e per i millennial che cercano di suonare il futuro”. Così il cantante Fabrizio Moro – vincitore nel 2018 del Festival di Sanremo con “Non mi avete fatto niente” in coppia con Ermal Meta – nella prefazione del libro “L’Italia suonata. Dagli anni del boom al nuovo millennio. La storia e la musica” di Stefano Mannucci, pubblicato dalla casa editrice Mursia e dall’emittente radiofonica Rtl 102.5. Mannucci, nato a Roma nel 1958, è il Doctor Mann del canale rock Radiofreccia (Gruppo RTL) e scrive su il Fatto Quotidiano. Dal 1995 al 2016 è stato caporedattore, responsabile del Servizio Spettacoli e inviato de Il Tempo. Negli anni Ottanta e fino a metà dei Novanta è stato tra i conduttori di Rai Stereonotte e tra le firme di punta del prestigioso periodico specializzato Rockstar.

 

SOFIA VENTURA RACCONTA LE STORIE DEI LEADER  

Reagan, Thatcher, Mitterrand, Kohl, Clinton, Blair, Schroder, Berlusconi, Obama, Cameron, Sarkozy, Merkel, Renzi: nelle parabole di questi leader, accomunati dalla pretesa di rappresentare il nuovo e il cambiamento, si può cogliere il ruolo cruciale che gioca la narrazione nei sistemi politici. Attingendo alle scienze sociali, alla psicologia e alle neuroscienze, Sofia Ventura in “I leader e le loro storie. Narrazione, comunicazione politica e crisi della democrazia” (Il Mulino) illustra i meccanismi che rendono efficace lo storytelling per creare emozioni, identificazione e coinvolgimento con il leader narratore. Uno storytelling che è collocato all’interno dell’impetuoso sviluppo della comunicazione e del marketing politici degli ultimi decenni. Quei tredici casi ci aiutano a decifrare l’attualità: i profili e le narrazioni di Trump, Salvini e Macron appaiono come lo stadio avanzato dell’impoverimento del discorso politico, della spettacolarizzazione e della logica mediatica; nella Brexit vediamo l’impasse a cui tutto ciò può portare; nel cancellierato di Merkel il suggerimento di una via alternativa. Ventura è professore associato di Scienza politica all’Università di Bologna. Tra i suoi libri più recenti: «Renzi & Co. Il racconto dell’era nuova» (Rubbettino, 2015) e «Il racconto del capo. Berlusconi e Sarkozy» (Laterza, 2012). Collabora con «La Stampa» e con «L’Espresso».

 

I TEMPI NUOVI DI ALESSANDRO ROBECCHI

Un bravo ragazzo, università, fidanzata, famiglia, i soliti lavoretti per raggranellare i soldi per un viaggio di piacere, viene trovato morto dentro la sua utilitaria. Le mani legate al volante, un colpo in testa e un foro di proiettile preciso alla tempia, i calzoni abbassati. Del caso si occupano i sovrintendenti Ghezzi e Carella, ed è un’indagine che si presenta lunga e complessa, dove gli indizi, anziché mancare, sembrano troppi. Intanto, Gloria Grechi, impiegata di media condizione, donna dal fascino e dall’atteggiamento elusivi, si presenta presso la neonata agenzia investigativa di Oscar Falcone, non specchiatissimo amico e compare di guai di Carlo Monterossi: vuole che le ritrovino il marito improvvisamente scomparso. Ma la cliente non dice tutto, non spiega perché non si rivolge alla polizia, non chiarisce i suoi misteriosi comportamenti. Carlo Monterossi, autore televisivo di una trasmissione di enorme successo, che gli ha dato fama e soldi, ma che lui odia per quello che è diventata, spazzatura, cinismo, speculazione, simbolo dei simboli dei tempi nuovi, partecipa e osserva, investigatore per caso, acuto e ingenuo. Presto piste, indizi e vicende convergono in un intreccio in cui le vite si mischiano: gli inseguiti possono diventare inseguitori, i giocatori pedine, i traditori traditi a loro volta. Alessandro Robecchi in “I tempi nuovi” (Sellerio)  ha costruito un noir d’alta scuola; un intreccio che è come un meccanismo perfetto in cui ogni ingranaggio porta il lettore con totale naturalezza dove è più sorprendente ritrovarsi. Emozionante, ribelle, sarcastico e paradossale, disperatamente romantico, il suo personaggio ricorda il Marlowe di Raymond Chandler, ma impiantato nei tempi nuovi. Contro i quali porta un disincantato messaggio di resistenza.


GUARDANDO IL SOLE CON JULIAN BARNES

Jean Serjeant vive quasi cent’anni, accompagnata da fantasie e amori non consumati, matrimoni e figli, viaggi e ritorni, tutto l’incanto e la delusione di ogni vita. Ma la magia è sempre stata lí, a far capolino dietro le dita schiuse. Come quella notte del giugno 1941 quando il sergente-pilota Thomas Prosser, sorvolando i cieli della Francia settentrionale sul suo Hurricane IIB, si volge verso est a guardare la Manica e si accorge che l’arancia del sole già spunta dalla viscosa banda gialla dell’orizzonte. Poi l’avvistamento di un pericolo giù a terra, una discesa di qualche migliaio di piedi, ed eccolo, il miracolo: lo stesso sole che si leva dallo stesso punto dello stesso mare. Un’altra alba, a pochi minuti dalla prima. Julian Barnes lo racconta in “Guardando il sole”, edito da Einaudi (traduzione di Daniela Forgione). L’autore è nato a Leicester. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti fra i quali il Somerset Maugham Award, il Prix Médicis, lo Shakespeare Prize, l’Ordre des Arts et des Lettres, il David Cohen Prize for Literature e il Premio Malaparte. Con Il senso di una fine ha vinto il Man Booker Prize 2011. Fra le sue opere, tutte in corso di pubblicazione per Einaudi, sono a catalogo: Una storia del mondo in 10 capitoli e 1/2, Oltremanica, Amore, ecc., England, England, Amore, dieci anni dopo, Arthur e George, Il senso di una fine, Evermore, Livelli di vita, Il pappagallo di Flaubert, Metroland, Il rumore del tempo, Il porcospino, Prima di me, L’unica storia e Guardando il sole.

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