Roma, 19 mar – La Stampa pubblica una sua intervista fatta a febbraio, in Siria, a Lorenzo Orsetti, arruolato volontario nella Brigata internazionale, sposando la causa curda in lotta contro l’Isis, di cui due giorni fa è rimasto vittima. “Il mio nome è Heval Tekosher (Lottatore), ho 32 anni e sono di Firenze. Sono arrivato in Rojava un anno e mezzo fa, spinto dagli ideali alla base della rivoluzione del popolo curdo”, per una “guerre di civiltà”. Quanti italiani ci sono con te? “Al momento dovremmo essere quattro compagni italiani nelle unità curde e due compagne nei reparti femminili”. Dove hai combattuto? “Ad Afrin contro i turchi e a Deir ez-Zor contro l’Isis, sia nella battaglia di Hajin sia ad Al-Susa”. Ci sono stati momenti in cui ha temuto il peggio? “I miliziani delle bandiere nere sono molto forti, hanno manovre di accerchiamento efficaci, in un paio di occasioni siamo stati molto vicini a capitolare. Abbiano perso diversi compagni, quando ti inizia a morire la gente accanto si crea un vuoto interiore, ma è guerra e la guerra è così”. Cosa ricordi dei combattimenti? “Tante mine, tanti cecchini. Sono le cose per cui si moriva più facilmente, sono morti tanti compagni sulle mine e anche tanti civili, specie quelli che tornano nelle zone liberate”. E poi ci sono i kamikaze… “Autobomba e cinture esplosive sono state la prerogativa dei miliziani a lungo. A un certo punto Al Baghdadi ha dato l’ordine di non farsi esplodere, diceva ai suoi ‘risparmiate le vite, mantenete il profilo basso e colpite quando potete’”. (SEGUE)