(22 marzo 2019) Quando si parla della famiglia e delle politiche per tutelarla occorre tener presente che in Italia una famiglia su tre è composta da una sola persona. Sono più di otto milioni le famiglie cosiddette “monocomponente” censite dall’Istat. Quella persona sola, in 6 casi su 10, è una donna. Aggiungendo anche i genitori soli con figli, di nuovo perlopiù donne separate, arriviamo alla conclusione che nel nostro Paese le famiglie non basate sulla coppia raggiungono i 10 milioni e mezzo, il 41% del totale. Il che stride un po’ con i cliché correnti.
E’ su questo fragile tessuto sociale che grava il costo sempre crescente del welfare familiare, che significa salute, assistenza ad anziani, bambini e persone bisognose di aiuto, educazione prescolare, istruzione, supporti al lavoro, previdenza e protezione.
L’anno scorso gli italiani hanno speso per i servizi di welfare 143 miliardi di euro, con un incremento del 7% rispetto al 2017. Più di quanto hanno speso in assicurazioni, cibo o abbigliamento.
Nel suo secondo Rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie, presentato nei giorni scorsi alla Camera, Mbs Consulting rileva come – trainata dai più abbienti – sia cresciuta del 12% la spesa dei privati per la sanità, ma anche come il 40% degli italiani abbia dovuto rinunciare a qualche cura – cominciando da quelle odontoiatriche – perché troppo costosa o non disponibile nel servizio pubblico. Sono aumentate del 10% le spese per assistere gli anziani, mentre solo 3 famiglie su 4 sono state in grado di affrontare con il proprio reddito tutte le spese per l’istruzione. C’è dunque un grande problema di equità e la linea di confine non è quella che separa le famiglie tradizionali dalle unioni o dalle solitudini nuove.