Milano, 27 mar – La prima giornata ruota intorno alla televisione nel suo duplice ruolo di strumento di narrazione storica e di produttrice di memoria. Nell’era della convergenza digitale, la public history non sembra essere più soltanto destinata ai classici luoghi della divulgazione (i musei, le biblioteche, gli archivi, i festival, i teatri, le mostre) o ai tradizionali mezzi di comunicazione di massa (la radio, la stampa, il cinema, la televisione), ma si serve di uno spettro sempre più ampio di nuovi media (il web, i social network, i videogiochi, la realtà virtuale), fino a qualche anno fa quantitativamente e qualitativamente inimmaginabili, che forniscono al pubblico generalista, così come agli storici stessi, un archivio digitale di immagini e fonti storiche potenzialmente infinito. La seconda giornata è dedicata agli archivi e all’immenso patrimonio audiovisivo del nostro Paese. Da parecchi decenni gli storici hanno sentito la necessità di allargare ai media e ai loro prodotti l’attenzione riservata per le fonti. Il valore culturale delle fonti audiovisive, anche televisive, oltre a essere ribadito dai diversi linguaggi con cui la tv e i mezzi audiovisivi costruiscono una memoria condivisa, trova oggi nuove modalità di espressione attraverso le possibilità di racconto garantite dalle tecnologie più recenti e nei processi di digitalizzazione che stanno investendo gli archivi in termini di conservazione, circolazione e fruizione dei materiali. (RED)