Londra, 5 ago – Gli era stato assicurato che si sarebbero recati a costruire un hotel di lusso a Dubai, ma una volta in volo hanno scoperto che in realtà si stavano dirigendo a Baghdad per edificare la nuova ambasciata americana. Questa la “disavventura” capitata a 51 operai filippini, riportata oggi dal Sunday Times così come la racconta Rory Mayberry, un medico che si è trovato a viaggiare sullo stesso volo degli operai “rapiti”. Mayberry ha riferito i fatti a una commissione del Congresso Usa che sta indagando sull’accusa di quella che, se fosse confermata, si configurerebbe come un’incredibile truffa nella più grande missione diplomatica statunitense nel mondo. Mayberry, che ha lavorato per un breve periodo al cantiere dell’ambasciata in Iraq, ha testimoniato di aver accompagnato gli operai filippini che pensavano di essere diretti negli Emirati Arabi nel marzo 2006, in un volo decollato dal Kuwait. “Quando l’aereo è decollato e il capitano ha annunciato che la destinazione era Baghdad, potete immaginare cosa è successo a bordo – sono le parole del medico – La gente ha iniziato a gridare e a dare in escandescenze, finché un uomo della sicurezza che lavora per la First Kuwaiti General Trading and Contracting (la compagnia incaricata della costruzione dell’ambasciata, ndr) ha tirato fuori una mitraglietta. Allora hanno capito di non avere scelta”. Mayberry dice di ricordare chiaramente la conversazione con uno dei passeggeri, molto contento all’idea di andare a lavorare negli Emirati Arabi come tecnico telefonico. “Ma invece – racconta – si è trovato insieme agli altri a lavorare in un cantiere in condizioni disumane e a vivere in roulotte fatiscenti”. Le accuse di Mayberry sono state confermate da John Owens, un architetto che in passato ha collaborato con gli Stati Uniti per i progetti di alcune ambasciate. “Mentre eravamo in volo dal Kuwait a Baghdad – ha detto Owens – ho visto un gruppo di operai con in mano dei biglietti per Dubai. Il mio era l’unico sul quale era scritto Baghdad”. L’architetto racconta di aver chiesto spiegazioni a uno dei manager della First Kuwaiti, che però gli ha intimato il silenzio: “Se le autorità doganali scoprono che siamo diretti in Iraq – fu la risposta del manager – non ci lasceranno mai imbarcare”. Anche secondo Owens le condizioni del campo di lavoro erano “deplorevoli, oltre ogni possibile limite umano di tollerabilità”. L’architetto spiega che gli operai provenienti dall’Asia e dall’Africa venivano pagati tra i 250 e i 300 dollari al mese per lavorare 12 ore al giorno, sette giorni a settimana. E mentre la First Kuwaiti respinge tutte le accuse al mittente, Howard Krongard, l’ispettore generale del Dipartimento di stato che si è recato a Baghdad lo scorso settembre ha detto di non aver riscontrato prove delle accuse, anche se ha ammesso che le indagini sono state “limitate” e che la sua visita era stata preannunciata tre mesi prima. Una precedente indagine del Pentagono sui contractor che operano in Iraq aveva evidenziato degli abusi, molti dei quali erano “ampiamente diffusi”: anche per questo Gloria Macagapal-Arroyo, presidente delle Filippine, ha inviato un team di investigazione in Medio Oriente per fare luce sulla vicenda. L’ambasciata americana in costruzione all’interno della zona verde di Baghdad ha un costo totale di oltre 600 milioni di dollari (più di 430 milioni di euro): è composta da un totale di 21 edifici che occupano 104 ettari sulla riva occidentale del Tigri, ed è considerato uno dei cantieri più pericolosi del mondo. Al suo interno, una volta terminata, alloggeranno i 3000 impiegati della missione diplomatica americana.