Roma, 6 set – Mai come con Luciano Pavarotti, oggi osannato come il tenore più famoso dal dopoguerra ad oggi, il pubblico e la critica hanno dimostrato come sia possibile abbattere un mito. Non solo l’industria commerciale dei “Tre Tenori” con Plácido Domingo e José Carreras e gli oceanici raduni degli anni Novanta (dai 150 mila di Hyde Park al mezzo milione di Central Park, ai 300 mila sotto la Torre Eiffel), gli ammiccamenti al pop del “Pavarotti and friends” – gli eventi benefici nella sua Modena con le star del pop internazionale – le miliardarie operazioni discografiche, i problemi con il fisco. Dai melomani, innanzitutto, non gli è stata mai perdonata quella che è considerata la stecca più famosa della storia della musica operistica: lo “scrocco” che sporcò il si naturale del suo Don Carlos, nel 1992, alla Scala di Milano. Quella volta non bastò il chiodo piegato da portarsi in tasca e la mela asprigna che, leggenda vuole, big Luciano usasse per curarsi la voce (meglio comunque di Caruso che si affidava alle aringhe…). Un pubblico implacabile, quello ambrosiano, che lo aveva anche fischiato nel 1983 in Lucia di Lammermoor. Anno nel quale, a Salisburgo, per Idomeneo, la stampa lo criticò non definendolo adatto a un ruolo mozartiano. “Ma – rispose orgoglioso, da emiliano verace – sono il primo italiano che ci ha provato”. Nel 2002, poi, la burrascosa chiusura della sua trionfale carriera operistica al Metropolitan di New York dopo che il tenore diede forfait, per una influenza, a meno di un’ora dall’inizio della “Tosca” pucciniana, per quella che doveva essere l’ultima performance per Pavarotti nel tempio della musica d’oltreoceano dopo 33 anni di trionfi e 374 volte esibizioni, con il jet set della Grande Mela che aveva pagato anche 1.800 dollari per acclamare il suo beniamino. Tanto che un tabloid newyorkese arrivò a scrivere, irriverente: “Il grassone non canta”. “Un modo diabolico per concludere una splendida carriera” disse quella sera uno scosso Joseph Volpe, direttore generale del Met. Ed aveva ragione.
Per un curioso scherzo del destino ad interpretare Cavaradossi – che Pavarotti doveva vestire al Met per la 58esima volta – fu Salvatore Licitra che nel 2002 aveva 33 anni, proprio come il tenore emiliano quando debuttò nel 1968 con “La Boheme”, chiamato al Covent Garden di Londra per rimpiazzare il celebre Giuseppe Di Stefano, allora indisposto. Un’interpretazione che fu un trionfo come per Licitra che grazie alla malattia di Pavarotti si è ritrovato proiettato nell’olimpo dei tenori del 21esimo secolo. Il Met quella sera non esitò a mandare in pensione la sua stella tributando a Nicitra quasi un minuto di applausi per “Lucean le stelle”. D’altronde, nel 1995, Pavarotti aveva steccato nella “Fille du Regiment” e i critici erano stati spietati, sostenendo che la carriera del cantante italiano era finita Una cocente delusione per il maestro emiliano che aveva promesso che avrebbe bissato, quale sfida, i leggendari nove Do di petto dell’opera di Donizetti che proprio al Met, il 17 febbraio 1972, lo avevano proiettato nell’olimpo dei grandi, con il record di 17 chiamate. “O muoio in palcoscenico, o sarà un trionfo” promise. Ma fu un insuccesso. Al quale replicò con sarcasmo, in una intervista ad un giornale tedesco: “Ho 60 anni e me ne sto in questo albergo, tentando di dimagrire: e questo è un vero fiasco”. Nel 1996 a New York con Andrea Chenier strappò un nuovo successo ma già lo stesso anno – sempre al Met – steccò nell’aria della “Donna è mobile” per il trentennale del debutto in Rigoletto e nel 1997 la critica lo stroncò di nuovo per il suo ruolo debole nel “Ballo in maschera”. Da anni poi la stampa scandalistica imperversava con le foto del divo con foulard e camice sgargianti tra diatribe di divorzi e cause tributarie. Leggendo le cronache del successo del giovane collega, “Big Luciano” non avrà potuto non ricordare i titoli osannanti dei giornali inglesi per il suo Rodolfo. “Nessun rimpianto per Di Stefano, scriveva il critico di un importante quotidiano” ha ricordato Ettore Mo che conobbe il grande tenore proprio a Londra: “Stavo a pranzo in un ristorante vicino al teatro con Fiorenza Cossotto quando lui entrò gagliardo come Radamés con degli amici e si sedette a un tavolo. ‘Guardalo – mi disse la Fiorenza – con Gigli è la più bella voce di tenore del secolo”. All’epoca l’ex figlio del fornaio dell’esercito, cresciuto nel coro di Modena, città dove era nato il 12 ottobre 1935, aveva già debuttato sui palcoscenici da sette anni (nel 1961, nel ruolo di Rodolfo in La Boheme, all’Opera di Reggio Emilia, vincitore del Concorso internazionale di Reggio Emilia cui era seguito l’anno dopo il debutto in Rigoletto Prima a Palermo, con la direzione di Tullio Serafin) e tre anni prima aveva già intascato il suo primo successo negli Stati Uniti (a Miami, con Joan Sutherland, sua grande sponsor, nella Lucia di Lammermoor) e aveva debuttato trionfalmente alla Scala, nella ormai leggendaria Boheme diretta da Karajan, accanto a Mirella Freni. Quindi, nel 1967, il primo successo al Metropolitan di New York con la Boheme.
Il suo caldo timbro lo porta a esibirsi nei templi della musica: l’Opera di Amsterdam, la Staatsoper di Vienna, il Covent Garden appunto, il Liceu di Barcellona e il Festival di Glyndebourne. Se negli anni Sessanta si affaccia alla fama, nei Settanta – epoca di trionfi di giganti come Gobbi, Bergonzi e Corelli – la consolida attraverso un repertorio sempre più ampio – che va dall’Elisir d’amore alla Lucia di Lammermoor, da Idomeneo ad Aida, da Turandot a Otello, da Idomeneo ai Pagliacci, da Luisa Miller al Trovatore, dalla Gioconda a Rigoletto, al Ballo in maschera. Che lo porterà in 46 anni di carriera a lavorare con uno strabiliante elenco di artisti (da Monserrat Caballé a Piero Cappuccilli, da Leontyne Price a Renata Scotto, da Claudio Abbado, a Leonard Bernstein, da Riccardo Chailly a Carlo Maria Giulini, da Herbert von Karajan a James Levin, da Lorin Maazel a Zubin Mehta, a Riccardo Muti. Gli anni Ottanta sono segnati da alti e bassi. Del 1983 sono appunto i fischi alla Scala per Lucia di Lammermoor e l’insuccesso di Salisburgo. Ma due anni dopo si riprende gli applausi del tempio milanese della lirica grazie ad un impeccabile Radames in Aida. Proprio quell’anno, tuttavia, il corpulento tenore si ritrova ad affrontare i primi problemi di salute: rinuncia al Ballo in Maschera a Parigi mentre, per uno sciopero, la stessa opera salta a Firenze. Solo coni d’ombra di una carriera dorata: il tributo di Pechino alla sua Boheme nel 1987, e ancora l’anno dopo all’Arena di Verona. Quindi il via alla nuova stagione, dopo i Dischi d’Oro e di Platino: dai “44 gatti” per il trentennale dell Zecchino d’oro alla regia della Favorita a Venezia, al varo del sodalizio dei “Tre Tenori” dopo i festeggiamenti per la vittoria dei mondiali di calcio nel 1990. Sono gli ultimi anni, quelli del Pavarotti & Friends – la prima edizione del 1993 si rivela il concerto di beneficenza più importante nel decennio successivo, riunendo insieme artisti che vanno da Bryan Adams a Bon Jovi, da James Brown a Bono degli U2, da Mariah Carey a Elton John, da Liza Minnelli a Eros Ramazzotti, da Stevie Wonder a Zucchero. E ancora il Miserere inciso con quest’ultimo, l’amicizia con la principessa Diana, il Requiem di Verdi per i morti della strage di via dei Georgofili, la giuria del Festival di Sanremo, il matrimonio con l’ex segretaria Nicoletta Mantovani, la nomina ad ambasciatore di pace dell’Onu, il tour d’addio partito nel 1994 da Tokio che non è riuscito a finire. Ma anche i problemi con il fisco.
Nel luglio 2000 il patteggiamento con il pagamento di 25 miliardi di vecchie lire, l’assegno consegnato all’allora ministro Del Turco sotto i flash dei fotografi, quindi il processo dal quale viene assolto prima in primo grado e poi in appello, nel 2004. Secondo l’accusa formulata dalla procura di Modena, Pavarotti aveva preso la residenza anagrafica fittiziamente nel principato di Monaco – uno dei più noti paradisi fiscali sparsi per il mondo – in un appartamento di 150 metri quadrati, in cui in realtà non avrebbe mai abitato. Per l’accusa Pavarotti, che il 21 gennaio ’83 si era iscritto all’anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero, aveva trasferito la residenza a Monaco per eludere ed evadere il sistema fiscale italiano, mantenendo a Modena il suo centro di interessi di maggior importanza. In questo modo non avrebbe denunciato al fisco italiano, dall’89 al ’95, 35-40 miliardi di lire. In base al capo di imputazione formulato a Modena Pavarotti, ad esempio, nel ’90 dichiarò 2.666.000 lire contro un reddito accertato di 7.954.660.000, nel ’95’ 19.562.000 contro 10.296.826.000. Si parla di un patrimonio di almeno 400 miliardi di vecchie lire, guadagni stimati dalla Finanza intorno ai 100 miliardi di vecchie lire l’anno, laddove a Modena possiede 15 unità immobiliari, un centro ippico e un borgo contadino ristrutturato, più una villa per le vacanze a Pesaro di 600 metri quadrati, una ex scuola elementare sull’Appennino modenese e un lussuoso appartamento a New York con vista sul Central park, oltre a sei conti correnti conosciuti. “Come faccia ad abitare con tutta la sua corte di manager, collaboratori, guardie del corpo e segretarie (una è addetta anche a conservare un chiodo piegato da portare in scena, sennò per scaramanzia non canta) in un appartamento di soli mille metri quadrati al Vittoria Residence al numero 13 di Boulevard Charlotte non si sa – scriveva Gian Antonio Stella dal libro ‘Chic’ edito da Mondadori -. Né lo sanno i vicini, i negozianti, i commessi che lavorano nella stessa via. Puoi chiederlo anche con fotografia del tenore in mano, come hanno fatto gli inviati delle Iene. La risposta è sempre la stessa: ‘Pavarotti? Qui non si vede mai’. La sua difesa nel 1999 alla presentazione del Pavarotti and friends: “Se uno come me viene tacciato di essere un traditore della patria, non c’è più rispetto per nessuno. Credevo di meritare rispetto da questo Paese. Se non cambiano presto le leggi credo che verremo in Italia solo in vacanza e non utilizzeremo più la casa di Modena”.