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VENEZIA, DALLA “POLEMICA” DI MARRA ALL’ARTE DI REMBRANDT

it@withub.it by it@withub.it
6 Settembre 2007
in Archivio News dal mondo
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Venezia, 6 set – Vento “gelido” oggi alla prima del film italiano in concorso “L’ora di punta” di Vincenzo Marra. Dai cori da stadio che ieri hanno osannato Tim Burton, al misero applauso e qualche fischio per il terzo film italiano in concorso, durante la prima proiezione riservata alla stampa. Un film quello di Marra fortemente critico sulla finanza corrotta e la necessità di raggiungere successo e soldi a tutti i costi. Moralità che colpisce, l’eco di una storia italiana che si ripete. La pellicola, interpretata da Fanny Ardant e Michele Lastella, racconta la storia di un giovane agente della Guardia di finanza la cui ambizione lo porta presto a cedere alle lusinghe economiche della corruzione. Alla sua irresistibile ascesa sociale contribuisce l’affascinante Caterina (Ardant), una donna più grande di lui, molto ricca e molto innamorata. Sarà lei a farlo entrare in contatto con il mondo dell’alta finanza. Sarà proprio per non farsi schiacciare da questo mondo che il protagonista metterà da parte qualsiasi remora umana e morale. Moralista, dunque, un moralista difficile da produrre. “Ho enorme difficoltà a fare cinema, spero sempre di meno, ma io ho la testa dura”, dice Marra sottolineando che i fondi del ministero “dovrebbero essere destinati in maniera omogenea. Mi auguro si facciano sempre meno film che strizzano l’occhio alla tv”. Un Marra convinto delle sue idee e convinto di un film che egli stesso definisce “intellettualmente onesto” per il quale non “baratterebbe un fotogramma, per apparire meglio”. Una polemica, quella di oggi, che aveva avuto dei precedenti riguardo alle avventate dichiarazioni di Fanny Ardant, protagonista del film di Marra, che ha definito un eroe il brigatista Renato Curcio. “Non mi aspettavo le polemiche, ma non mi dispiacciono, perché trovo molto sana la libertà di espressione e la libertà di avere risposte, danno l’idea della ricchezza di una società. Fino a che abbiamo questa libertà di parola, il mondo è sano”. Forse è stata proprio la sua presenza alla prima che ha fatto scalpore, visto che la Ardant aveva precedentemente messo in dubbio la sua presenza a Venezia. “Sono venuta per difendere un film in cui credo – ha detto l’attrice -. La mia posizione non è politica, io sono un’attrice al Festival di Venezia. Di cosa devo avere paura?” Dopo essersi scusata pubblicamente con i familiari delle vittime del brigatista, l’Ardant ha ammesso: “Capisco che mi hanno dato della cretina. Non gli do torto. Io non sono una politica, non ho esperienza. Sono solo un’attrice, una persona normale”. L’attrice ha voluto anche aggiungersi al coro di condoglianze per la scomparsa di Luciano Pavarotti. “Per me Luciano resterà immortale – ha detto – Non l’ho mai conosciuto direttamente, ma la sua voce resterà per sempre. Oggi sono molto addolorata”. Polemiche a parte, in concorso oggi anche il thriller psicologico di Johnnie To e Wai Kai Fai, “Mad Detective”. Una pellicola quella di To che alla matrice classica del genere poliziesco, aggiunge forti elementi di contrasto, tra cui il paranormale e la presenza di personaggi femminili dal carattere forte. La vicenda, nata da una sceneggiatura di Wai Ka Fai e Au Kin Yee, ruota intorno alla pistola di un poliziotto, connessa a una serie di recenti rapine e omicidi. Il proprietario dell’arma, Wong, è scomparso, mentre, con il collega Chi-Wai (Lam Ka Tung), tornato illeso, inseguiva un sospetto nel bosco. L’ispettore Ho (Andy On), incaricato delle indagini, si rivolge in cerca d’aiuto al suo mentore, Bun (Lau Ching Wan), ex detective licenziato perché ritenuto pazzo. L’uomo inizia ad indagare ricorrendo alla sua misteriosa dote: la capacità di vedere i demoni che si agitano in ognuno di noi. Le indagini portano l’uomo a barcamenarsi tra realtà e follia, a vedere spiriti che spesso simboleggiano ombre personali, disagi mentali. “La malattia mentale all’interno della storia è lo strumento che esalta le doti del detective – dice il coregista Wai Ka Fai – ma riflette anche una critica verso l’umanità in generale. Ognuno di noi ha qualche demone che ogni tanto esce Fuori”. Un detective, quello di To, che abbandona lo stile “duro a morire”, incarnando le paure e le incognite umane. Dai misteri e dai demoni mentali, si passa poi ad ipotetiche possibilità. E se Critoforo Colombo fosse stato portoghese? Questo il tema portante di “Cristovao Colombo O enigma” il film del regista portoghese Manoel De Oliveira, nella sezione Fuori Concorso Venezia Maestri. “Ognuno ha interesse di portare dalla sua parte la gloria di un personaggio importante e famoso come Colombo. Comunque è una tesi sostenuta da ben tre libri usciti nel mio paese”. Alla presentazione del film anche la moglie Maria Isabel De Oliveira, che interpreta uno dei due protagonisti alla ricerca dei “luoghi” di Colombo. Sulle onde della storia e del passato si posiziona anche “Nightwatching” del regista gallese Peter Greenaway. La pellicola racconta, nello stile stravagante, barocco del regista, la vita professionale e romantica di Rembrandt (Martin Freeman). La “ronda di notte”, così tradotto, è il quadro di Rembrandt più celebrato, nonostante la campagna propagandistica attuata con successo dai detrattori del pittore. Il film narra la genesi di questo quadro. Nel 1642 il celebre pittore olandese accetta con riluttanza di dipingere la Milizia civica di Amsterdam in un ritratto di gruppo. Mentre lavora al dipinto scopre che gli ufficiali della Milizia stanno cospirando e tramando, per fini di lucro, nella città più ricca d’Europa. Il quadro si trasformerà in un vero atto di denuncia su tela contro il tradimento della Milizia. “L’aspetto unico di questo dipinto – dice il regista – che è anche il quarto più famoso al mondo dopo tre dipinti italiani (Monna Lisa, Ultima cena e Cappella Sistina), e che è stato ammirato da personaggi come Stendhal e Van Gogh, è nell’essere pieno zeppo di cose non chiare, ne mai chiarite”. Per la sessione Orizzonti, oggi in proiezione l’italiano “Il passaggio della linea” di Pietro Marcello, un viaggio lungo l’Italia cadenzato dal ritmo dei treni espressi a lunga percorrenza, da tempo abbandonati a un destino di lento degrado. Fuori, oltre i finestrini sporchi e appannati, si susseguono paesaggi a volte dolorosamente segnati dall’intervento dell’uomo, a volte intatti nella loro prepotente bellezza. Rinchiusa in un treno che è luogo d’incontro e di solitudine, la vita di chi viaggia appare come sospesa, in un tempo fuori dall’esistenza in cui tutto sembra ancora possibile, in una tensione continua tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che deve venire.

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