Roma, 24 set – I Ds sono in linea con quanto affermato da Romano Prodi: dall’Afghanistan non si va via, almeno per ora. Il rapimento, con conseguente liberazione, dei due soldati italiani sequestrati sabato sera nell’area di Shindand, non cambia la linea di politica estera del governo, e neppure quella da sempre teorizzata al Botteghino: i patti si rispettano, nel quadro del sistema di alleanze internazionali. E se il ministro degli Esteri Massimo D’Alema affermava ieri che fino a gennaio di rivedere l’impegno dei soldati italiani in Afghanistan non se ne parla, oggi è stato il premier Romano Prodi a sostenere che “il senso ed il ruolo della missione italiana non cambia”. D’accordo si sono detti i vertici diessini. Il responsabile Esteri della Quercia Luciano Vecchi, come si legge in una dichiarazione pubblicata dal sito nazionale del partito, ha fatto sapere che dalle parti di via Nazionale la notizia della liberazione dei due ostaggi è stata accolta “con grande soddisfazione”, ed ha espresso solidarietà “ai connazionali impegnati in Afghanistan e alle loro famiglie”. Entrando nel dettaglio, Vecchi ha confermato che “la missione italiana non è in discussione”. La presenza militare è ritenuta indispensabile “per perseguire gli obiettivi di pacificazione e di democratizzazione del Paese afghano”. Indispensabile, ma non sufficiente: “Da sempre – ha aggiunto l’esponente diessino – sottolineiamo come la soluzione di quel conflitto non può essere che politica. Ed ecco allora che è compito della vicecapogruppo dell’Ulivo alla Camera Marina Sereni rilanciare l’ipotesi di una conferenza di pace. “Riteniamo molto importante la realizzazione di una nuova Conferenza di pace che coinvolga i Paese della regione per rideterminare il mandato della missione e affinare la strategia complessiva della comunità internazionale per l’Afghanistan”. Anche dalla Sereni è comunque arrivato l’appoggio alla linea di politica estera dettata dal governo: “Nel programma dell’Unione – ha detto ai microfoni di Radio Rai rivolgendosi a chi chiede di lasciare il paese asiatico – abbiamo scritto che avremmo lasciato l’Iraq, ma non che ci saremmo ritirati dall’Afghanistan. Si trattava e si tratta di due missioni diverse: non possiamo decidere da soli perché siamo in quella regione con una missione Nato, multilaterale, alla quale partecipano molti paesi europei e non soltanto”. Sulla stessa linea Umberto Ranieri, presidente della commissione esteri alla Camera. “L’obiettivo dei militari italiani è di contribuire alla stabilizzazione e pacificazione dell`Afghanistan. Si tratta di un obiettivo da perseguire con la presenza militare e con l`impegno ricostruttivo economico, istituzionale e civile”. Non vacilla, dunque, all’interno della Quercia, la posizione da tenere riguardo alla missione in Afghanistan. Posizione più volte esplicitata dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema: l’Italia, se vuole giocare fino in fondo il ruolo di pacificatore, in Afghanistan ci deve restare proprio per fare pesare questa sua vocazione. Lasciando il Paese, invece, non si otterrebbe alcuna soluzione, la guerra in Afghanistan continuerebbe e l’Italia perderebbe la possibilità di influire nel processo di pace.
(Clg/Deg)