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CONFESERCENTI: E’ LA MAFIA LA PRIMA AZIENDA ITALIANA

it@withub.it by it@withub.it
22 Ottobre 2007
in Archivio News dal mondo
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Roma, 22 ott – Ha centinaia di dipendenti e un fatturato che raggiunge 90 miliardi di euro all’anno di utili, pari al 7 per cento del Pil, a cinque manovre finanziarie e a otto “tesoretti”. I suoi settori di specializzazione sono estorsioni, usura, furti e rapine, contraffazione e contrabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti. La più grande azienda italiana si chiama “Mafia Spa”. E’ questo l’allarme lanciato da Sos Impresa-Confesercenti, nel decimo rapporto “Le mani della criminalità sulle imprese” presentato stamani dal presidente di Confesercenti Marco Venturi alla presenza del viceministro dell’Interno, Marco Minniti, del vicepresidente della Commissione Antimafia Mario Tassone, oltre che del vicecapo della Polizia Nicola Cavaliere, del presidente della Federazione delle Associazioni Antiracket, Tano Grasso, e di Lino Busà, coordinatore di Sos Impresa. Il rapporto denuncia che i commercianti e gli imprenditori subiscono 1.300 reati al giorno, praticamente 50 ogni ora e che l’usura rappresenta, con 30 miliardi e 150 mila commercianti colpiti, la principale fonte di business criminale per la mafia. Il racket frutta ai clan 10 miliardi, 7 miliardi arrivano dai furti e dalle rapine, 4,6 dalle truffe, 2 dal contrabbando, 7,4 dalla contraffazione e dalla pirateria, 13 dall’abusivismo, 7,5 dalle mafie agricole, 6,5 dagli appalti e 2,5 dai giochi e dalle scommesse. Insomma, un vero e proprio business, il maggiore del Paese: sono più di 150.000, si stima, i commercianti coinvolti in rapporti usurari “e poiché ciascuno si indebita con più strozzini – spiega il rapporto – le posizioni debitorie possono essere ragionevolmente stimate in oltre 450.000”, di cui almeno 50.000 con associazioni di tipo mafioso finalizzate all’usura. Nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno a causa della lievitazione del capitale e degli interessi si aggira in non meno di 12 miliardi di euro. Il fenomeno del racket colpisce invece circa 160.000 commercianti, ben oltre il 20 per cento dei negozi italiani, sia pure con un fortissimo radicamento al sud. “Dal quartiere Brancaccio di Palermo ai quartieri bene del Vomero e dell’Arenella a Napoli, da Gela alla Locride, dall’Agro aversano al triangolo Andria-Barletta-Trani – sottolinea il Rapporto – chiunque voglia fare impresa in queste aree deve fare i conti con la criminalità organizzata”. In Sicilia, sono colpiti l’80 per cento dei negozi di Catania e Palermo. Pagano il pizzo il 70 per cento delle imprese di Reggio Calabria, il 50 per cento di quelle di Napoli, del nord Barese e del Foggiano con punte, nelle periferie e nell’hinterland di queste città, che toccano la quasi totalità delle attività commerciali, della ristorazione, dell’edilizia. “In queste zone a non pagare il ‘pizzo’ – dice ancora il Rapporto – sono le imprese già di proprietà dei mafiosi o con cui essi hanno stabilito rapporti collusivi e affaristici”. Anche le grandi imprese, spesso, scendono a patti con la criminalità organizzata: “Uno degli elementi che colpisce con maggiore evidenza – spiega il Rapporto – è l’estendersi di quell’aria, che potremmo chiamare, della ‘collusione partecipata’ che investe il ‘Gotha’ della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici che preferisce venire a patti con la ‘mafia’ piuttosto che denunciarne i ricatti. In questi casi il binomio paura-pagamento del ‘pizzo’ non regge proprio – denuncia la Confesercenti – Non ci troviamo di fronte un banchetto di verdura alla Vucciria di Palermo, o a una piccola bottega della periferia di Napoli, parliamo di aziende quotate in borsa, con sedi a Milano e a Torino, con amministratori delegati che mai avranno contatti con i malavitosi e tra l’altro. con relazioni personali ed istituzionali che possono garantire la più ampia sicurezza”. Il viceministro dell’Interno Marco Minniti ha sottolineato: “Domani in Cdm presenteremo il pacchetto sulla sicurezza occorre colpire i patrimoni. Ci poniamo come primo obiettivo – ha ricordato – rivisitare tutta la partita delle misure di prevenzione. E poi ci sarà la cancellazione del patteggiamento in appello dei reati di mafia, un punto questo dal quale non si può prescindere”.
(Fca)

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