Roma, 23 nov – La ricostruzione che, dopo anni di dure ricerche, Tropea ha fatto della tragedia di Monongah è chiara e lucida. “Li hanno ammazzati – racconta- non sono morti per fatalità, una delle tante fatalità che accompagnano il lavoro dei minatori. Ora posso dirlo: a Monongah non fu una disgrazia, ma un vero e proprio assassinio”, sostiene l’esperto. E aggiunge: “Lasciamo stare cosa c’è scritto nelle carte di allora. Su quanto venne determinato dalla Commissione è legittimo alla luce di tanti nuovi elementi avanzare molti dubbi”. I minatori forse erano ignoranti, “ma ci tenevano a vivere e il fatto stesso di aver scelto un lavoro così duro dice molto sul tipo di persona che a quel tempo scendeva in miniera”. Si trattava, insomma, di gente che sapeva a cosa andava incontro e metteva nel proprio sacco, ogni mattina, anche il calcolo del rischio cui esponeva momento per momento per interminabili ore di lavoro, la propria carne. Cosa è accaduto allora, secondo la ricostruzione del professor Tropea? “Il giorno prima della tragedia si era festeggiato San Nicola. Molti minatori, soprattutto polacchi, non erano andati al lavoro perché avevano alzato il gomito il giorno prima. La miniera era rimasta chiusa. E per risparmiare energia elettrica anche gli areatori erano rimasti chiusi. Forse si accumulò del gas…”. Attenzione, però. “Non pensate – avverte il sociologo – che minatori esperti si facessero cogliere impreparati da una fuga di gas. No. La miniera era già satura. Gli aereatori erano stati messi in funzione poche ore prima. E il gas era tanto, tanto… “. Non finisce qui. “Oltre a questo – racconta ancora Tropea – ho scoperto anche che una buona parte dei parenti dei minatori italiani morti a Monongah non ha mai ricevuto alcun indennizzo. Ho speso anni ed anni della mia vita a cercare i figli e i nipoti delle vittime di Monongah. Volevo scoprire come avevano vissuto dopo la morte dei propri cari, ma soprattutto appurare se avevano ricevuto la somma loro destinata dalla Compagnia proprietaria della miniera”. La Faimont Coal Company istituì un fondo a favore delle vedove e degli orfani dei minatori morti nell’esplosione, “io volevo scoprire se i soldi erano veramente arrivati…”. (SEGUE)