Reggio Emilia, 17 gen – Reggio Emilia, terra di fotografi. Non solo Luigi Ghirri, ma anche Stanislao Farri, Vasco Ascolini e tanti altri. A Vasco Ascolini, la sua città natale dedica una intensa retrospettiva nelle sale di Palazzo Magnani, aperta fino al 10 febbraio 2008. La storia dell’ormai settantenne Ascolini ha inizio quasi per caso, quando, lavorando come amministratore presso la Scuola d’Arte di Reggio Emilia, l’”invidia” per la creatività dei ragazzi lo spinse a confrontarsi con la fotografia. Da allora Ascolini ha intrapreso un percorso che lo ha portato ad esporre in tutto il mondo, prima come fotografo di teatro e poi, a partire dagli anni ’80, con la ricerca sul paesaggio urbano e i musei. Dopo le prime prove amatoriali, Ascolini trova il suo stile con le fotografie scattate al Teatro Municipale di Reggio Emilia durante gli spettacoli, catturando le forme dei corpi in movimento. Nella fotografia di teatro, con forte predilezione per la danza e la mimica, la figura umana è trasformata, attraverso la completa eliminazione delle gradazioni intermedie dei toni, in corpo plasticamente fisso, quasi un oggetto, una statua. Alcune immagini di scena sembrano citazioni del teatro NÔ giapponese. Il contatto di Ascolini con la cultura giapponese è, d’altronde, avvenuto prima della sua dedizione alla fotografia. Lo studio dell’Oriente lo ha condotto a diventare anche maestro d’arti marziali giapponesi e cintura nera di Ju-do. Segno distintivo dello stile di Vasco Ascolini è il tratto scuro, nero, il contrasto con il poco bianco presente in un’immagine in bianco e nero. Nel periodo “dei marmi” le linee precedenti sono adattate ad un’espressione fredda e stilizzata. Tratto distintivo del periodo “dei marmi” è l’assoluta assenza della figura umana (viva). Negli scatti dedicati al paesaggio urbano, ai musei e all’archeologia, le atmosfere sorgono da una specie di reinterpretazione dei luoghi, dove il fascino del vissuto e la memoria del passato conducono a una sorta di realtà parallela, che smuove qualcosa dentro l’osservatore. Le fotografie di Ascolini, con la presenza così ossessiva del nero, del buio (“La vertigine dell’ombra” è il sottotitolo della mostra) “ci fanno intuire – ha detto il curatore dell’antologica, Sandro Parmiggiani – che siamo circondati dall’ombra e dal mistero, anche quando pensiamo di avere visto chiaro in tutto”.
(Cat)