Roma, 17 gen – Circa 15 mila firme contro il disegno di
legge n. 3014 che propone di creare un Comitato nazionale di nomina politica
con il compito di classificare tutti i videogiochi distribuiti in Italia.
Questo il risultato, in pochi giorni, della petizione lanciata dal sito web
Multiplayer.it, una delle testate giornalistiche on-line leader nel campo dell’informazione
sul mondo dell’intrattenimento videoludico. Il ddl, presentato dal ministero
per i Beni e le attività culturali e attualmente all’esame del Commissione
Cultura della Camera, è volto a modificare gli strumenti attualmente previsti dall’ordinamento
in materia di tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche, nella
navigazione su internet e nell’utilizzo di videogiochi. Ma quest’ultima parte è
finita nel mirino dei videogiocatori italiani: in Europa, infatti, esiste già
un sistema di classificazione per fasce di età dei videogame, il Pegi, uno strumento
di autoregolamentazione a cui fanno riferimento tutte le case produttrici e che
obbliga a indicare sulla confezione di un videogioco l’età minima consigliata e
la presenza di eventuali contenuti “a rischio” quali scene di sesso, di
violenza, riferimenti a droghe, a linguaggio scurrile o ancora a
discriminazioni e altro. “La classificazione Pegi – ha spiegato Andrea Pucci,
direttore di Multiplayer.it e promotore della petizione – funziona bene ma non
viene applicata perché nessuno vuole occuparsi della verifica sul campo. Il
problema principale è infatti quello del controllo sulle vendite, e non serve
creare un altro comitato ‘di saggi’ che controfirmi, o eventualmente contesti,
la classificazione Pegi. La politica avrebbe dovuto limitarsi, come accade in
altri paesi, ad attribuire al Pegi valore di legge. In questo caso l’autoregolamentazione
è più che sufficiente, l’importante sarebbe rispettarla. Un comitato creato in
seno al ministero della Cultura di nomina politica, invece, potrebbe anche
avere delle sensibilità particolari nel classificare i giochi a seconda di
messaggi, ad esempio, di stampo politico, morale o religioso che verrebbero
invece ampiamente accettati in altri paesi del mondo”. “Onestamente – aggiunge
Pucci – non si vede perché una volta che la normativa italiana è già in linea
con quella europea si debbano complicare le cose e fare un passo indietro che,
oltretutto, può comportare anche diversi effetti negativi. Al di là di come la
si pensi sulla censura – osserva ancora Pucci – un comitato di questo tipo
comporterebbe intanto enormi lungaggini burocratiche a tutto il mercato, visto che
per come sarebbe strutturato, dovrebbe tenere sotto osservazione tutti i titoli
in uscita, non solo quelli in un certo senso a rischio. In Inghilterra, per
fare un esempio, il Pegi è recepito pienamente e ha valore legale, ma c’è una
commissione che si occupa dei casi più delicati: tutti i giochi che escono con
la classificazione Pegi 16+ (gioco per maggiori di 16 anni, ndr) vengono
rivalutati da una commissione ad hoc. E la cosa può funzionare. Cosa ben
diversa è invece creare una commissione di saggi ‘ingolfandola’ con duemila
giochi l’anno fra cui, ad esempio, anche Barbie e i Pokemon. Inoltre – spiega –
laddove dovessero intervenire censure in Italia, ma non nel resto d’Europa, è
chiaro che ne trarrebbero esclusivo vantaggio il mercato della pirateria su internet
e della vendita di importazione parallela”. Da qui, quindi, l’idea della
petizione alla quale hanno anche aderito testate concorrenti, blog e forum su
internet, e soprattutto migliaia di utenti. ““Sappiamo – conclude Pucci – che i
lavori cominceranno a fine mese: fino a quel momento abbiamo modo di
raccogliere adesione e dimostrare che c’è dissenso rispetto a questa proposta
di legge. Poi vedremo il da farsi. Dai tanti messaggi che abbiamo raccolto per
ora abbiamo potuto osservare due cose: la grande avversione di chi conosce i
videogiochi a questa proposta di legge e una certa sfiducia nei confronti del
mondo della politica nel recepire quali sono gli effettivi problemi su cui
intervenire”.
(Mca)