Roma, 4 feb – La circoscrizione estero ne esce con il riconoscimento della propria autonomia e specificità. Il che vuol dire, spiega Marino, aver sancito una definitiva e completa parità di diritti e doveri tra italiani in Italia e italiani all’estero. Aver riconosciuto alle organizzazioni del partito all’estero la maturità politica e la capacità di scriversi da soli le regole, così come avviene per le regioni italiane. Significa che anche il partito all’estero avrà, di diritto, dei propri rappresentanti negli organismi nazionali e che essi potranno dare un contributo a tutta l’elaborazione politica e alle decisioni generali che il partito dovrà da qui in poi assumere nel massimo organismo decisionale del Pd. Significa, infine, essersi guadagnati, con la forza del lavoro fatto sul territorio, una rappresentanza politica autorevole e matura portatrice, però, di una serie di istanze e articolazioni socio-culturali molto complesse rispetto a quelle presenti sul territorio nazionale, che fanno danno a questa Circoscrizione una specificità tale di cui un partito organizzato su base federale non poteva non tener conto.Marino riconosce il merito del lavoro di “sintesi” svolto da tutte le parti in causa che ha permesso l’approdo a soluzioni condivise pur partendo, in alcuni, da punti di vista differenti. “Ci sono state delle questioni sulle quali la discussione è stata più articolata e ha visto una maggiore difficoltà di fare sintesi – – spiega – Per quanto riguarda la dialettica interna la discussione più vivace si è svolta sulle questioni di principio riguardanti la forma di partito e la rappresentanza per l’estero. Ossia una discussione incentrata sulla necessità di avere all’estero un vero e proprio partito confederato con il Pd o una organizzazione parificata a una regione italiana. Il che avrebbe comportato una serie di pro e contro diversi: dal numero di rappresentanti negli organismi dirigenti nazionali alla necessità di un esclusivo autofinanziamento dell’attività politica all’estero.
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