Bergamo, 24 mar – Le grandi tele a olio con cui Yan Pei-Ming si è distinto sulla scena internazionale – quasi monocrome in nero, bianco o rosso, che rappresentano soggetti ricorrenti della politica come Mao Tse Tung, dello star system come Bruce Lee o religiosi come il Papa, la Madonna o il Buddha – sono realizzate, infatti, con una tecnica propria della tradizione occidentale che l’artista dipinge unicamente nel suo studio a Digione, mentre gli acquarelli, creati solo quando si trova a Shangai, rimandano alla tradizione pittorica orientale. In entrambi i casi la sua pittura non si riferisce mai ad un luogo geografico di appartenenza ben preciso ma diviene sinonimo di atemporalità e non luogo: Est e Ovest uniti in una mescolanza di stili, elementi, soggetti. L’uso dell’acquerello rappresenta per l’artista un momento importante: egli vi dipinge la serie dei bambini, quindi la vita nella sua fase iniziale, i teschi e l’autoritratto da impiccato, ossia il concludersi di un’esistenza, vita e morte intrecciate, come suggerisce l’ultima sezione della mostra, e l’autoritratto diventa un simbolo, la messa in scena della morte o meglio del suicidio quindi la fine programmata, lascia intendere che l’artista è in grado di decidere su tutto e non solo sulle sue opere ma, forse proprio attraverso di esse, sulla vita e sulla morte. La mostra è aperta fino al 27 luglio.
(Ili)