Milano, 17 ott – Cinque italiani su dieci affermano di non aver intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni, ma solo l’11% pensa che potrà godere di un reddito da previdenza in grado di garantire una vecchiaia senza pensieri. Basso anche il numero degli intervistati (solo il 16%) che, grazie ai risparmi accantonati nel corso della carriera, crede che potrà mantenere anche da pensionato il proprio attuale tenore di vita. Al primo posto della hit list dei più preoccupati per le condizioni economiche dopo il ritiro dall’attività lavorativa i valdostani, che nel 60% dei casi credono di non disporre di sufficienti risparmi, seguiti dai sardi (56%) e, a sorpresa, dagli abitanti del Friuli Venezia Giulia (52%). È quanto emerge dalla penultima puntata del Kelly Global Workforce Index per il 2008, il sondaggio realizzato da Kelly Services, azienda leader nelle soluzioni per le risorse umane, su un campione di 115 mila lavoratori, di cui 17 mila italiani, in 33 Paesi. Approfondendo i risultati della ricerca esiste, a livello globale, una larga maggioranza della popolazione attiva convinta che, una volta raggiunta l’età pensionabile, non smetterà completamente di lavorare. In molti dichiarano, infatti, la volontà di proseguire nella propria professione ma con tipologie contrattuali diverse da quelle che definivano i rapporti con il datore prima di aver maturato i diritti pensionistici: il 21% auspica un contratto part-time a tempo indeterminato (17% dato Italia), il 17% vorrebbe operare in qualità di consulente (14% dato Italia) e il 20% (14% dato Italia) pensa addirittura a un futuro da neo-imprenditore. Dati, questi, che sono certamente influenzati dall’allungamento dell’aspettativa media di vita delle persone, ma che rivelano anche come le aziende, preoccupate per la scarsa reperibilità di lavoratori specializzati, cerchino di prolungare i rapporti di collaborazione con i propri dipendenti in modo da non perdere quel patrimonio conoscitivo non codificabile, e quindi difficilmente trasferibile, rappresentato dal know-how individuale. “L’indagine mette in evidenza come i profondi cambiamenti che stanno interessando il contesto socio-economico influiscano in modo consistente anche sulle dinamiche che determinano il mercato del lavoro – dichiara Stefano Giorgetti, direttore Generale di Kelly Services – La forte spinta competitiva che deriva dall’incalzante sviluppo delle economie emergenti ha, infatti, imposto il capitale umano come una delle più importanti risorse strategiche delle aziende. Oggi non è più sufficiente che un’impresa sviluppi e implementi la propria capacità attrattiva su nuovi lavoratori, ma è necessario che non perda le competenze già presenti all’interno della propria organizzazione, perché queste risorse sono fondamentali per l’avviamento dei cosiddetti talenti. Di qui la scelta, in molti casi corretta, di trattenere lavoratori che, dopo essere andati in pensione, continuano a svolgere la propria professione in qualità di consulenti full time o part-time”. L’Italia detiene, insieme agli Stati Uniti, la percentuale più alta di lavoratori (50%) che dichiarano l’intenzione di proseguire la propria carriera anche dopo il compimento del 65° anno di età, superando di 26 punti percentuali la media globale che si attesta a quota 34%. Sardegna (66%), Basilicata (63%) e Valle D’Aosta, a pari merito con il Trentino (60%), sono le regioni in cui si concentra il maggior numero di lavoratori che intendono posticipare a oltre i 65 anni la data del proprio pensionamento. Fanalino di coda, a sorpresa,
(Pap)