Milano, 20 mag – Là dove la spesa pubblica per le famiglie,
in particolare per la prima infanzia, è più alta, o dove forme di conciliazione
come il part-time sono più diffuse, sia l’istruzione che l’occupazione
femminile sono più elevate. In Svezia, dove la percentuale di lavoro part-time
rispetto al lavoro totale è del 23%, la percentuale di donne tra i 25 e i 64
anni con un’istruzione superiore o universitaria raggiunge l’85%. In Italia,
dove il part-time è il 12,7%, tale percentuale è del 48%. I dati sono contenuti
in “Female education and employment, making the most of talents”, il paper che
Alessandra Casarico e Paola Profeta di Econpubblica hanno presentato oggi nel
corso del workshop “Institutions and the gender dimension”, organizzato in
Bocconi dal centro di ricerca sul settore pubblico. Anche mettendo in relazione
la percentuale di spesa pubblica per le famiglie con i livelli di istruzione e
impiego femminili, lo studio evidenzia, tendenzialmente, un migliore rapporto
là dove tale spesa è più elevata. Ne sono un esempio Svezia e Danimarca dove rispettivamente
il 3,5% e il 4% del pil sono destinati a questo tipo di sostegno economico e
dove la percentuale di donne con istruzione superiore è dell’85% e del 79%. In
entrambi i paesi, la percentuale di donne con istruzione superiore occupate
supera il 75%. In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui le famiglie
ricevono meno trasferimenti, poco più dell’1%, le donne più istruite non
raggiungono il 50%, mentre quelle istruite e occupate sono il 65% e il 61%. “È
noto – spiega Paola Profeta – che in paesi come l’Italia il tasso di
occupazione femminile è molto basso, del 46,7% rispetto a un obiettivo di
Lisbona del 60%. Meno noto è che in questi paesi donne con istruzione superiore
o universitaria spesso non lavorano, a differenza degli uomini e a differenza
di quanto avviene per esempio nei paesi scandinavi”. Questo accade, secondo il
modello elaborato dalle due studiose, perché quando le donne devono decidere se
istruirsi, non hanno un’informazione completa sui costi ai quali andranno
incontro nella cura dei loro figli, nel momento in cui diventeranno mamme.
“Esistono quindi delle donne – continua Alessandra Casarico – che, una volta
scoperto il costo di cura dei figli, se questo risulta molto alto, pur essendosi
istruite ritengono conveniente non lavorare”. E la loro assenza dal mercato del
lavoro, sottolineano Casarico e Profeta, “genera uno spreco di talenti e una
riduzione dell’output rispetto a quello potenziale che deriverebbe
dall’investimento in capitale umano”. Una possibile soluzione per evitare
questo spreco di talenti sarebbe di introdurre misure istituzionali che possano
supportare le donne di fronte al mondo del lavoro. “Sarebbe opportuna una
politica di spesa pubblica a favore delle donne lavoratrici o una politica di
sgravi fiscali – conclude Profeta -. In presenza di un ambiente istituzionale e
culturale ideale, la mancata conoscenza del costo di cura della prole, al
momento della decisione sull’istruzione, non sarebbe un problema, perché tutte le
eventuali differenze di costo effettivo rispetto a quello atteso sarebbero
neutralizzate dalle istituzioni”. Incentivare l’accesso al mercato del lavoro
almeno di tutte le donne istruite, valorizzandone pienamente i talenti e
l’investimento in capitale umano significherebbe, conclude lo studio, collocare
l’economia su un sentiero di crescita più elevato. (Red)