Roma, 2 set – Ci sono anche loro a trattenere il
respiro, in attesa di tempi migliori, ma sempre fiduciosi che fare impresa sia
la carta giusta per integrarsi prima e meglio nella società italiana. Sono i
quasi 250mila piccoli imprenditori titolari di aziende individuali che al 30
giugno scorso risultavano iscritti ai registri delle Camere di commercio, pari
al 7,3% di tutte le aziende di questo tipo. Secondo Movimprese – la rilevazione
trimestrale condotta per conto di Unioncamere da InfoCamere, la società
consortile di informatica delle Camere di Commercio italiane – anche nel mezzo
della crisi la loro vitalità appare piuttosto sostenuta, sebbene le difficoltà
del momento si facciano sentire su entrambe i versanti della dinamica
demografica. Nel periodo aprile-giugno, infatti, le nuove imprese aperte sono
state 9.915 (
meno rispetto allo stesso periodo del 2008), mentre 5.789 sono state quelle che
hanno chiuso i battenti (
in
risultato pertanto pari a 4.126 unità in più rispetto alla fine di marzo
(l’anno scorso era stato di 5.623), corrispondente ad una crescita relativa
dello stock di queste imprese del +1,7%, significativamente superiore al dato
medio nazionale riferito alle imprese individuali (+0,25%). “L’impresa è uno
strumento fortissimo di promozione e di aggregazione sociale, e lo è ancora di
più quando ad esserne protagonisti sono dei cittadini immigrati, venuti qui per
lavorare e mettere a frutto le proprie abilità nel rispetto delle regole e
confrontandosi con correttezza sul mercato” ha commentato il presidente di
Unioncamere, Ferruccio Dardanello. “A questi piccoli e coraggiosi imprenditori
non dobbiamo far mancare l’appoggio indispensabile delle istituzioni, perché
con le loro iniziative possono dare un contributo importante all’affermazione
di un modello di integrazione tutto italiano, centrato sul valore del
territorio e della piccola impresa”. Dal punto di vista territoriale
di elezione per l’imprenditoria immigrata che, nelle tradizioni manifatturiere
e artigianali della regione trova un favorevole humus per un insediamento
diffuso. A Prato, in particolare, le imprese di immigrati guadagnano nel trimestre
un altro mezzo punto percentuale (lo 0,45%) in termini di rappresentatività sul
totale del tessuto imprenditoriale locale, portando la propria quota relativa a
sfiorare il 32% di tutte le imprese individuali del territorio. Oltre alla
Toscana, solo altre due regioni (Lombardia e Liguria) fanno registrare una
presenza di imprese di immigrati superiore al 10%. In termini assoluti, invece,
le presenze più consistenti si registrano in Lombardia (46.032 imprese),
Toscana (26.323) ed Emilia Romagna (25.188). Con oltre 97mila presenze, pari al
39,6% del totale, il serbatoio principale dell’imprenditoria immigrata in
Italia è l’Africa, con il Marocco (46.834 titolari di impresa) a fare da
capofila. A grande distanza seguono i cittadini senegalesi (13.597), i tunisini
(11.136), gli egiziani (10.408) e i nigeriani (5.824). Prese insieme, le prime
cinque nazionalità costituiscono il 90,4% di tutto il contributo del
‘continente nero’ all’imprenditoria tricolore. Le attività più gettonate dagli
imprenditori immigrati sono senza dubbio quelle del commercio: 106.719 le
aziende rilevate alla fine di giugno, pari al 43,2% di tutte quelle con un
titolare nato al di fuori dell’UE. Seguono quelle connesse con le costruzioni
(67.310, pari al 27,2% del totale) e quelle manifatturiere (29.325 aziende,
l’11,2%). (pap)