dell’Italia fino a Napoli: secondo una stima approssimativa, sarebbe la terra
coltivabile che, solo negli ultimi due anni, è stata “oggetto di accordi tra
paesi o dell’interesse di fondi di investimento e aziende private”, spiega
Franca Roiatti, giornalista di Panorama, nel suo saggio “Il nuovo colonialismo.
Caccia alle terre coltivabili” (edito da Università Bocconi). Una terra che per
i governi di alcuni paesi, come Cina, India, Arabia Saudita significa il futuro
della propria sicurezza alimentare, ma che per fondi e aziende vale la
possibilità di cavalcare il nuovo business verde dei biocarburanti. In mezzo,
tra governi e privati, una massa di contadini che rischiano di essere privati
della terra che dà loro la sussistenza per un pugno di promesse. Un “Risiko
della terra”, dunque, che agli occhi di molti appare come una nuova forma di
colonialismo e del quale il volume di Franca Roiatti ricostruisce con taglio
giornalistico gli attori e i molteplici interessi in gioco. Ci sono i paesi
ricchi di risorse ma poveri di terreni, che guardano con apprensione al loro
futuro alimentare. Secondo le stime della Fao, nel 2050 la popolazione mondiale
arriverà a 9 miliardi e bisognerà aumentare del70% la quantità di cibo
prodotta. Ciò significa almeno 1 miliardo di tonnellate in più di cereali. Una
sfida resa ancor più ardua dai cambiamenti nella dieta delle popolazioni in via
di sviluppo: “Oggi un cinese mangia 54 chili di carne all’anno, 20 anni fa
erano
scrive Roiatti. “Per far fronte a questo ritmo, nei prossimi 20 anni il colosso
asiatico dovrà allevare 200 milioni di porci in più”, alimentandoli con i cereali.
E non ce la farà pur essendo il secondo produttore al mondo di maiali. Poi c’è
l’India, che nel 2030 diventerà più popolosa della Cina, e che al pari del
Dragone si trova già oggi a fronteggiare anche un elevato rischio idrico
causato dallo sfruttamento e dall’inquinamento. Ma ci sono anche i paesi come
l’Arabia Saudita e il Qatar, che hanno la potente leva dei petrodollari da
usare per ottenere le terre. E se da un lato ci sono governi che, almeno in
apparenza, cercano terra per garantire la sicurezza alimentare dei propri
cittadini, dall’altro ci sono fondi e multinazionali a caccia di profitti
attraverso l’agrobusiness: “Sebbene manchino dati consolidati”, spiega
l’autrice, “il ritmo al quale fondi e società stanno investendo nella terra è
considerevole. Negli ultimi anni, oltre 120 accordi e progetti che assommano a
diverse decine di miliardi di dollari”. Ed è in particolare sull’Africa che si
gioca la partita più importante del nuovo colonialismo.
delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca) ha quantificato in 733 milioni gli
ettari di terra arabile, dei quali meno del 4% sarebbe sfruttato. Un patrimonio
enorme, che purtroppo i poverissimi paesi africani, come l’Etiopia, ma anche
quelli meno poveri, come il Kenya o
o meno consapevolmente a contratti spesso oscuri e poco tutelativi, pur di
attrarre investimenti stranieri e con essi la promessa della costruzione di
infrastrutture. Ne è l’esempio il Sudan, dove “mentre 2,5 milioni di profughi
del Darfur sopravvivono con gli aiuti umanitari, il paese esporta prodotti
agricoli tra i quali gli alimenti base della dieta sudanese”, scrive Roiatti.
Interessi commerciali, è il dubbio, a scapito dell’agricoltura di! sussistenza
di milioni di piccoli coltivatori. Ma se gli interessi in gioco sono molteplici
e complessi, come rendere il fenomeno della vendita della terra, che ha i
contorni del neocolonialismo, “in una situazione win-win, vincente per tutti?”.
Il punto chiave, conclude la giornalista, è “riuscire da un lato a rafforzare
le capacità dei governi di negoziare gli accordi con le società e i fondi
d’investimento esteri, dall’altro a tutelare i diritti dei piccoli contadini,
dei pastori, le pedine più deboli”.
(grm)