La libertà economica in Italia scende ancora. Col 60,3 per cento, il nostro paese occupa l’87.ma posizione nella classifica elaborata ogni anno da Heritage Foundation e Wall Street Journal che, sulla base di indicatori oggettivi, valuta l’effettiva libertà di mercato in tutti i paesi del mondo. A pesare, nel caso dell’Italia, è soprattutto lo stato dei conti pubblici. Nonostante le politiche di rigore attuate negli ultimi due anni, il debito pubblico – la cui crescita è stimata in tempo reale dall’orologio contadebito sul sito www.brunoleoni.it – ormai al 120 per cento del Pil, rappresenta un fardello enorme sia sulle prospettive della finanza pubblica, sia rispetto alla libertà di manovra del paese. A pesare sono inoltre la spesa pubblica, la cui crescita è stata solo tamponata dalle misure più recenti, l’estensione dell’economia sommersa, e la pervasiva percezione di corruzione del settore pubblico. Particolarmente importante è la flessione nella tutela dei diritti di proprietà, che deriva da una giustizia inefficiente e spesso politicizzata e soffre, in particolare, per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale. Il passo indietro italiano si inserisce in un contesto più ottimistico. La libertà economica nel mondo cresce, raggiungendo in media il livello del 59 per cento. Questo progresso è il frutto del miglioramento della libertà economica in 117 paesi, mentre solo 58 sono peggiorati (compresa l’Italia). In generale, comunque, la libertà economica ha fatto passi indietro soprattutto nel mondo industrializzato, Europa e Nordamerica dove gli stimoli anticrisi hanno grandemente ampliato il peso del settore pubblico. I paesi più liberi sono Hong Kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda e Svizzera. Il più libero tra i paesi europei è l’Irlanda (78,7 per cento), seguita da Danimarca (78,6 per cento) e Lussemburgo (75,2 per cento). Tra i membri dell’Unione europea, l’Italia è all’ultimo posto a pari merito con