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UN GIOCO DA RAGAZZI…PER LE SCUOLE UN CONCORSO SUI MODI DI DIRE

it@withub.it by it@withub.it
25 Febbraio 2011
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Sono partito con la lancia in resta e sono rimasto in braghe di tela. Ho fatto i conti senza l’oste ma non voglio gettare la spugna! Farò le ore piccole pur di salvarmi per il rotto della cuffia. Quante volte si pronunciano ed ascoltano queste frasi. Sono espressioni idiomatiche che fanno parte del nostro linguaggio. Molte di queste provengono da tempi remoti ma continuano ad essere vitali e irrinunciabili per esprimere, quasi visualizzare, in modo evocativo ed efficace un concetto ben preciso. Altre sono più “recenti” ma nate in contesti che nulla hanno a che vedere con il discorso in cui le usiamo. Da “alzare il gomito” a “zero spaccato”, da “lacrime di coccodrillo” all’“ultimo giapponese”, da “convitato di pietra” alla “scimmia sulla schiena”. La casa editrice Zanichelli ha chiesto “aiuto” alla scuola per “rinfrescare” la memoria sull’uso delle locuzioni facendone il fondamento del suo settimo Premio di Scrittura. Si chiama infatti “Legàmi di Parole”, la nuova edizione della gara che ogni anno viene bandita per le scuole secondarie di primo e secondo grado di tutta Italia. Compito dei ragazzi è scrivere un testo (racconto, prosa, poesia, fumetto o qualsiasi forma ispiri la loro fantasia) utilizzando almeno 5 locuzioni prese da una lista di 50 a loro disposizione. E dunque i partecipanti dovranno “spremersi le meningi” per scegliere fino a che punto i personaggi dei loro racconti potranno “bagnarsi l’ugola” senza “alzare il gomito”. Oppure “perdere la tramontana” (come cantava Antoine nel 1968) o “sputare il rospo”. E senza “menar il can per l’aia” gli alunni non dovranno “dormire sugli allori” se non vogliono uno “zero spaccato”. Come nelle precedenti edizioni del Premio, la giuria selezionerà i testi più originali da pubblicare sul sito www.zanichelli.it/premiodiscrittura. Fra questi, i 5 scelti dalla giuria e dalla votazione del pubblico verranno proclamati vincitori. In premio un’azione di solidarietà: i vincitori firmeranno 5 pacchi dono di opere Zanichelli destinate ad associazioni e Onlus impegnate con i giovani e l’alfabetizzazione. Tempo di consegna entro il 28 febbraio. Ecco alcune delle locuzioni più curiose – delle 50 del Premio – e i loro significati, tratti dal vocabolario della lingua italiana Zingarelli 2011: Andare col cavallo di San Francesco: modo ironico per dire “andare a piedi” in quanto era il bastone l’unico compagno di viaggio del Santo di Assisi. Avere la scimmia sulla schiena: essere drogato, sentire il desiderio e la necessità continua di sostanze stupefacenti. Perché la dipendenza resta attaccata come una scimmia dispettosa. Convitato di pietra: si intende una presenza silenziosa e incombente, che evoca qualcuno o qualcosa che tutti conoscono ma di cui non si parla (con riferimento alla statua sepolcrale che compare come personaggio nel “Don Giovanni” di Mozart). Muro di gomma: atteggiamento di distaccata indifferenza e di assoluto disinteresse, tale da scoraggiare qualsiasi iniziativa o richiesta. Non essere uno stinco di santo: essere tutt’altro che un galantuomo, comportarsi in modo non conforme alla morale. La locuzione fa riferimento alle reliquie di santi negli ossari. Salvarsi per il rotto della cuffia: nell’armatura antica, la cuffia è il copricapo di cuoio o pelle imbottita indossato sotto la celata. Uscire per il rotto della cuffia, significa cavarsela alla meglio, a malapena. Probabilmente perché nelle giostre medievali i colpi assestati sulla cuffia erano ritenuti validi. Ad esempio nell’antico gioco della Quintana, che consiste nel colpire con una lancia – senza poi esserne colpiti – un fantoccio rotante che raffigura un saraceno. I giudici considerano valido il colpo di quel cavaliere che, dopo aver colpito il fantoccio è appena sfiorato sulla cuffia messa a protezione della testa. Ultimo giapponese: significa ostinato difensore di posizioni ideologiche superate, teorie non più attuali (con riferimento ai soldati giapponesi trovati nella giungla ancora pronti a combattere dopo molti anni dalla fine della seconda guerra mondiale). Zero spaccato: si dice così perché sui compiti di una volta lo zero – quando lo si metteva ancora – era segnato da un tratto di penna trasversale perché non potesse essere corretto in sei né vi si potesse aggiungere altra cifra. (Red – 25 feb)

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