Il Museo di Palazzo Fortuny a Venezia riapre per la primavera presentando, fino all’8 maggio, L’Automa, un inedito percorso-racconto visivo ambientato a Venezia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dal fotografo Paolo Ventura (Milano, 1968), che vive e lavora a New York. Attraverso due distinti processi creativi (la realizzazione iperrealistica dei diorami, che diventano un vero e proprio “set” e l’elaborazione dello “scatto”) Ventura offre allo sguardo una sorta di artificiosa e ben confezionata “bugia” – una vicenda che si sviluppa a Venezia nel 1943, sotto l’occupazione tedesca, in bilico tra sogno e realtà, tra cinema e scenografia, tra fotografia e memoria. Parte delle opere in mostra si sposteranno in giugno al “Museum of art and design” di New York.
Al piano nobile giunge dopo il grande successo ottenuto al Museo Revoltella di Trieste la mostra “Roberta di Camerino, la rivoluzione del colore” dedicata alla stilista veneziana Giuliana Coen (1920), sposata Camerino, ma in arte Roberta (in ricordo della canzone del film “Smoke get in your eyes”, che le aveva suscitato grandi emozioni) che si è distinta per avere operato, negli anni ’50, una vera e propria rivoluzione: la celebre “rivoluzione del colore”. Attraverso alcune invenzioni – soprattutto l’utilizzo di velluti e di accostamenti cromatici del tutto insoliti per le borse femminili, ma anche di forme stravaganti e divertenti, come il bauletto “Bagonghi” (tanto amato dalla principessa Grace di Monaco), lo “stile Roberta” portò una ventata di novità e di freschezza nel mondo della moda, e negli anni ‘60 iniziò a interessare anche altri accessori dell’abbigliamento femminile, foulards, ombrelli, valigie, per trovare infine un altro campo di sperimentazione nell’abito da giorno e da sera, per il quale Giuliana inventò il “trompe-l’oeil”, in cui i revers, i bottoni, le pieghe, le cinture non sono reali ma semplicemente stampate sul jersey. Infine, al secondo piano, la mostra “Circuito genetico. Rsbp” dell’artista veneziano Michelangelo Penso (1964). Cuore dell’esposizione è l’installazione site-specific, Black genetic structures, ispirata ai circuiti genetici e realizzata con gomma antiolio.
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