“Ero in treno con due persone, iniziano a chiamarmi e a chiedermi ‘ma cosa hai combinato, sei in carcere’? Io non capisco, vado su internet con il telefonino, vedo la mia foto con la maglia del Bologna e la scritta ‘Signori in manette’. Più tardi mi chiama un giornalista, dico ‘abbiate pietà in questo momento’ e metto giù. Il giorno dopo trovo ‘Signori chiede pietà su tutti i giornali…”. Un fulmine a ciel sereno: è iniziato così, lo scorso 1 giugno, l’incubo calcioscommesse di Beppe Signori. Sbattuto in prima pagina, posto agli arresti domiciliari per 15 giorni, sospettato dalla Procura di Cremona di essere ‘il capo dei capi’ di un’associazione a delinquere che truccava partite di Lega Pro, Serie B e perfino di Serie A. Oggi l’ex bomber bresciano rende la sua versione dei fatti, negando ogni coinvolgimento: scosso, più volte a un passo dal cedere alle lacrime, Signori assicura che “ci sono state tante cose inventate di sana pianta: si è pensato a massacrarmi, si è detto che ero il capo dei capi, ma io non faccio parte di nessuna associazione”. Signori ricostruisce l’ormai famigerato e ‘paparazzato’ incontro del 15 marzo scorso in via Ugo Bassi, nel cuore di Bologna, con Massimo Erodiani e l’ex calciatore del Bari Antonio Bellavista: “Fui invitato dai miei commercialisti – spiega, ribadendo quanto già trapelato dagli interrogatori in Procura -. C’era gente che non avevo mai visto, se non Bellavista che avevo incontrato quando giocavamo. E’ lì che nasce tutto. Sono andato, ho ascoltato e forse ingenuamente ho scritto delle considerazioni, il famoso ‘papello’ trovato a casa mia: volevo capire dove si volesse arrivare e a cosa serviva la mia presenza”.
(Sis – 20 giu)