Tagli alla spesa dei ministeri, ai costi della politica, interventi su pensioni, sanità e una delega per una riforma fiscale che definisca nuove aliquote Irpef. Man mano che la bozza sulla manovra economica che dovrà accompagnare l’Italia fino al pareggio di bilancio nel il 2014 subisce le ultime limature, si vanno definendo anche i confini di un intervento che mette in gioco un cifra complessiva molte impegnativa: ancora oscillante tra i 41 e i 47 miliardi di euro. In attesa che esca dal Consiglio dei ministri il testo definitivo che verrà sottoposto all’esame delle Camere, le ultime novità uscite dalle stanze di Palazzo Chigi riguardano la possibilità di destinare a partire dal prossimo anno il cinque per mille dell’Irpef a favore dei beni culturali e un aumento dell’età pensionabile per le donne anche nel settore privato ma a partire dal 2020 e in maniera molto graduale (un mese in più di requisito ogni anno fino al 2032: si parte quindi dal 2020 con 60 anni e un mese). Dovrebbero essere confermati, tra l’altro, anche la tassazione sulle transazioni finanziarie, il blocco del turn over e degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici (anche se dovrebbero essere garantite le assunzioni già previste per il personale scolastico), l’introduzione dei ticket sanitari di 10 euro per visite e analisi dal 2012, mentre la Lega è certa di portare a casa uno dei suoi cavalli di battaglia lanciati sul pratone di Pontida: la revisione del Patto di stabilità che dovrebbe dare un po’ di ossigeno agli enti locali “virtuosi”. Ma è proprio dai Comuni che arriva la bocciatura più severa del testo predisposto dai tecnici di via XX Settembre: “Nel caso in cui corrispondesse al vero il taglio del fondo di riequilibrio, aggiuntivo rispetto a quello prodotto con la manovra del 2010, si decreterebbe la chiusura dei servizi comunali e il federalismo arriverebbe al capolinea”, ha tuonato l’Anci perché, denuncia, sarebbe “il rinvio, se non la fine, dell’applicazione del federalismo fiscale per i Comuni, che risulta essere ormai totalmente compromesso”. E anche dall’opposizione naturalmente non sono mancate le critiche a una manovra che il segretario del Pd Luigi Bersani ha definito “depressiva”, fatta “solo di tagli” e “che abbassa la crescita”. Una vera e propria “bomba ad orologeria” che lascerà l’Italia “con il cappio al collo”. Non meno tenero con il governo è stato il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: “E’ una manovra profondamente sleale e anche stupida, ma i mercati non sono stupidi”. Una manovra, sottolinea Casini, “che alzerà le tasse”, fatta da un governo che “dopo tre anni in cui sostanzialmente non ha fatto nulla, continua a non fare nulla” e solo per la paura di una possibile reazione dei mercati ha costruito “una manovra per spalmare sul futuro quello che sarà il principale onere di questa stessa manovra”. (30 giu – Pif)