Atlanta – Quando i dati osservativi danno ragione alle previsioni teoriche, significa che con tutta probabilità la strada intrapresa è quella giusta. In questo caso i dati sono quelli del Solar Dynamics Obsevatory (SDO) della NASA, telescopio spaziale dedicato allo studio del Sole, mentre la teoria che trova conferma è quella dei cosiddetti nanobrillamenti, processi responsabili del riscaldamento impulsivo delle zone attive, cioè le più brillanti, della corona solare, regione più esterna dell’atmosfera della nostra stella. I risultati dello studio, pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, sono frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori guidati da Fabio Reale, dell’Università di Palermo e associato INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica. “La nostra ricerca – spiega Reale – si è focalizzata su una componente minore, che è abbastanza difficile rilevare”. Una difficoltà superata grazie all’osservatorio orbitante SDO, riuscito a individuare una componente del plasma che, nelle regioni attive della corona, raggiunge temperature di ben 10 milioni di gradi. Il fatto che questa componente caldissima sia effettivamente presente, è la conferma attesa dal gruppo di Reale: “noi ne avevamo previsto la presenza, ma solo dal punto di vista teorico. Le ipotesi erano che questa componente fosse molto luminosa sulla banda in questione e che dovesse avere una struttura molto filamentosa. Entrambi questi punti sono stati confermati da SDO”. L’importanza della scoperta sta nell’aver evidenziato che questi impulsi esistono e sono in grado di portare a picchi elevatissimi la temperatura del plasma. “Non possiamo dire che quello dei nanobrillamenti sia l’unico meccanismo responsabile del riscaldamento” sottolinea Reale. “Il punto è capire il ruolo di questi processi a livello globale. Lo studio dimostra che questo meccanismo ha un ruolo importante nelle regioni attive della corona solare”. (9colonne)