“Voi siete qui per imparare ciò che dà alle vostre vite il suo significato definitivo. Voi siete qui per imparare come morire”. Questo passaggio del discorso di presentazione della scuola sommergibili tedesca del 1918 condensa in poche parole l’attitudine, lo spirito che caratterizzarono il corpo scelto dei sommergibilisti della marina tedesca già nell’età imperiale, la cui disciplina fu portata anche nella Germania di Hitler. Sergio Valzania in “U-Boot. Storie di uomini e sommergibili nella Seconda Guerra Mondiale” (Mondadori) ricostruisce con puntualità storica la battaglia dell’Atlantico attraverso un percorso nel quale i fatti, la descrizione di combattimenti, gli sviluppi tecnologici nel settore bellico o i mutamenti politico-strategici intervenuti negli anni della Guerra si fondono con le vite, i timori, gli azzardi, le regole, dei sommergibilisti tedeschi. Valzania racconta la battaglia dell’Atlantico, assai più decisiva rispetto alle sorti complessive dello scontro di quanto Hitler, contrariamente a Churchill, ritenne, focalizzando lo sguardo su un punto di vista ristretto ma privilegiato: l’Unterseewaffe, il corpo della marina protagonista, sconfitta, della partita che si giocò nelle acque tra l’Europa e l’America. Nel corso del secondo conflitto mondiale furono 28 mila i marinai che morirono combattendo a bordo degli U-boot (la classe di sommergibili utilizzati dai tedeschi), i quali furono costruiti in numero superiore alle mille unità. Come scrive l’autore, si tratta di “un piccolo rivolo in un mare di sangue” che causò in sei anni decine di milioni di vittime. Ciò nonostante si tratta di un’esperienza che merita di essere ripercorsa, perché così come tutte le storie degli uomini, anche questa aiuta a meglio e più completamente comprendere il reale andamento, il perché, dei fatti nel modo in cui si determinarono e si sono dipanati. Non solo: gli U-boot furono protagonisti assoluti della battaglia che si volse nell’Atlantico e senza conoscere le azioni dell’Unterseewaffe e quelle della marina inglese e americana non si giungerebbe a capire perché furono gli Alleati a vincere. La lotta era tra chi, i sommergibili tedeschi, attaccavano il maggior numero possibile di navi mercantili che giungevano dagli Stati Uniti per stremare l’Inghilterra tagliandole i rifornimenti e chi, gli Alleati, cercavano di rendere la rete di collegamento tra le due sponde dell’Atlantico sempre più efficace aumentando il traffico dei trasporti navali e migliorando i sistemi di difesa e intercettazione del nemico. Alla fine lo scontro vide prevalere questi ultimi, non senza che alla loro superiorità abbiano contribuito anche errori, forse determinanti, compiuti dalla Germania e in particolare dall’uomo che del Unterseewaffe era non solo il comandante, ma il faro: l’Ammiraglio Karl Donitz. Un libro di storia che nel ricostruire la guerra rammenta al lettore come questa sia una condizione di annichilimento, assurdità e tragedia. (2 ott – Kat)