“Nel 2020 l’India potrebbe raggiungere un traguardo che – ad occhi europei – appare modesto e scontato, ma che è di primaria importanza in una società vasta, complessa ed in ebollizione come quella indiana. Se il progetto Aadhaar (“fondazione”) proseguirà con l’efficienza con cui è iniziato, nel 2020 tutti gli indiani – per allora avranno superato 1,3 miliardi – avranno un’identità sicura e incontrovertibile, provata da un numero di 12 cifre e dalla registrazione di iride e impronte digitali. Un’identità che comprova l’esistenza e la titolarità dei diritti civili, sociali e politici degli abitanti della “più grande democrazia del mondo” (che attorno al 2025 sarà anche il paese più popoloso del mondo) e spesso reclusi in caste senza voce, confinati di fatto in villaggi rurali o dispersi nelle megalopoli, invisibili ed ignorati”. Lo scrive sul neodemos.it Massimo Livi Bacci, professore di Demografia dall’Università di Firenze (e senatore del Pd). “E’ comune opinione – prosegue Livi Bacci – che l’altissimo grado di burocratizzazione della società indiana sia una causa primaria di inefficienza, di corruzione e di disuguaglianza. I numerosi documenti di identificazione – carte d’identità di vario tipo, passaporti, permessi d’ogni genere – sono poco sicuri, falsificabili, a volte intestati a defunti o a persone inesistenti, ed escludono larghi settori della popolazione. I più poveri dipendono da sistemi di identificazione locali, di villaggio, che rendono difficile lo spostamento e la migrazione. E’ inoltre tra i più poveri che è più alta la proporzione di coloro che sono privi di documenti di riconoscimento, e quindi ‘non persone’ per lo stato. Il nuovo sistema Aadhaar, messo in piedi dall’agenzia pubblica Uidai (Unique Identification for India) è costituito da un numero di 12 cifre (analogo al nostro codice fiscale) che contiene informazione di base sulla persona, ma che esclude ogni informazione sulla religione, la casta, l’ubicazione geografica. Questo numero è istantaneamente verificabile, in ogni parte dell’India, attraverso un controllo online o telefonico. Viene assegnato a tutta la popolazione, bambini inclusi, e dura a vita. “L’anima dell’iniziativa – spiega Livi Bacci – è Nandan Nilekani, un imprenditore di grande successo nel settore IT, fondatore di Infosys nel 1981, un’impresa che oggi conta 130 mila dipendenti in tutto il mondo ed ha un fatturato di 30 miliardi. Nilekani, che ha rango di ministro, ha lasciato la sua azienda per prestare al progetto tutte le sue energie”. Il governo indiano è convinto che Aadhaar diventerà anche uno strumento di sviluppo, oltre che una condizione per aumentare l’efficienza delle politiche di contrasto alla povertà. “L’identità certa e istantaneamente verificabile potrà, da un lato, semplificare la vita del comune cittadino, oggi costretto a innumerevoli passaggi burocratici e ad una costosa documentazione, per ottenere un passaporto, acquistare un cellulare o una macchina, accedere ai servizi, aprire un conto in banca. D’altro lato potrà sveltire la pesantissima burocrazia indiana, rendendola più efficiente, economizzando risorse e diminuendo le distanze tra le persone e lo stato. Infine- osserva Livi Bacci – si pensa che Aadhaar sia di sostegno ai migranti, una quota crescente della popolazione, e un veicolo di mobilità, essenziale in un paese che continua a crescere a ritmi impressionanti”.
(Pap – 24 nov)