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GIGLIO, LE “RELIQUIE” DELLA TRAGEDIA

it@withub.it by it@withub.it
19 Gennaio 2012
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Un telo di plastica arancione, una corda, un giubbotto di salvataggio, un elmetto, dei pezzi di pane. Sono queste le reliquie che giacciono nella chiesa dell’Isola del Giglio, conservate per ricordare quello che è accaduto la notte di sabato scorso e che non può essere dimenticato. Proprio quel luogo sacro è divenuto il primo rifugio per i passeggeri della nave Costa Concordia, naufragata a ridosso dell’entrata del porto dopo aver urtato gli scogli in una manovra troppo azzardata. “Questi oggetti sono il simbolo di cosa è stata quella notte, di cosa è stata questa chiesa e ciò che ha fatto la gente di questo posto” racconta Don Lorenzo, parroco dell’isola arrivato da appena tre mesi e già messo di fronte alla prova più grande della sua vita, simboleggiata proprio da quei bocconi di pane lasciati tra gli altari. “Quando li ho trovati ripulendo la chiesa ho pensato al brano del Vangelo con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quando Gesù ha preso delle briciole e ne ha fatto qualcosa di grande, così noi abbiamo preso il poco che avevamo per cercare di aiutare al nostro meglio”. E quella sera l’aiuto del prete e della comunità dell’isola è stato decisivo, in quanto la chiesa è stato il primo luogo in cui i naufraghi si sono rifugiati. “Tutto è cominciato dopo una riunione che avevamo qui verso le dieci di sera. All’uscita dalla chiesa una suora mi ha fatto notare questa nave grande, luminosa, bellissima, a ridosso dell’isola. Il problema era che era troppo vicina e sembrava non si muovesse. Sul momento non ci abbiamo più pensato e siamo andati a casa, ma dopo un’ora mi hanno telefonato dicendo che la nave era in gravi difficoltà. Allora l’ho vista dalla finestra: era inclinata con la poppa nell’acqua e allora sono subito corso ad aprire la chiesa”. D’inverno l’isola ha un che di spettrale: molte case sono vuote, così come gli alberghi e i ristoranti, tutti chiusi. Ecco dunque che i naufraghi si sono rifugiati proprio nel luogo sacro, situato di fronte all’imboccatura del porto. “Abbiamo stimato che a coprire ogni centimetro disponibile della chiesa ci fossero circa 430 persone, ma non sempre le stesse. I bambini sono stati portati all’asilo e altre persone hanno aperto le proprie case per accogliere i naufraghi. Abbiamo dato loro tutto ciò che potevamo, bevande calde, cibo, qualche panettone avanzato dal Natale, coperte”. Ciò che ha colpito Don Lorenzo è stata soprattutto la calma: “Stavano in silenzio, erano composti. Non c’erano persone che gridavano o piangevano. Se l’hanno fatto non è stato qui in chiesa, hanno avuto rispetto per il luogo. Erano disorientati, non sapevano dove fossero, mi facevano domande in tutte le lingue, volevano sapere chi si sarebbe preso cura di loro. Noi siamo stati i primi ad aiutarli e dare conforto”. Il problema era soprattutto il freddo: “Le persone sono scese dalla nave con i vestiti che indossavano, così chi era fuori con il cappotto si è trovato bene, ma c’erano persone in t-shirt e donne in abito da sera e tacchi alti. Molti erano bagnati perché si sono tuffati in mare per raggiungere la spiaggia. Gli abbiamo dato le coperte che avevamo, ma non erano abbastanza”. Don Lorenzo si commuove ricordando che “a quel punto qualcuno ha preso i paramenti sacri, le bandiere, i vestiti dei chierichetti per coprirsi. Io non l’ho impedito, non volevo toglierli quel conforto, mi è sembrato come se fosse il Signore stesso a coprirli. Non è certo normale vedere persone di ogni nazione vestite con gli abiti ricamati con l’effige della Madonna. Mi ha fatto pensare che al mondo c’è posto per tutti e che nessuno è fuori all’occhio di Dio”. Il parroco stesso ha aperto la sua casa: “C’era questo membro dell’equipaggio, un croupier peruviano del casinò della nave, che era tutto infreddolito e completamente bagnato e se ne stava in un angolo. L’ho portato nel mio appartamento e gli ho dato i miei abiti e l’ho fatto dormire sul divano. Ho portato anche altre persone su per andare su internet e mandare e-mail per avvertire i loro parenti che stavano bene”. Non sono mancate scene di devozione: “Se la gente pregava lo faceva in privato, con rispetto. Ma mi ha colpito vedere che qualcuno ha acceso le candele elettriche per omaggiare la statua della Madonna, che abbia sentito il bisogno di ringraziare”. Allo stesso modo le persone hanno dimostrato gratitudine per il prete: “C’era quest’uomo del nord Europa che a un certo punto mi ha mostrato il pollice alzato e mi ha sorriso. In quel momento ho capito che stavo facendo qualcosa di importante e ho ringraziato Dio perché ero diventato uno strumento nelle sue mani”. Ed è proprio a Dio che si pensa in un disastro simile: dov’era quella notte? “Io l’ho visto nelle persone che hanno cercato di fare qualcosa. La tragedia non è l’assenza di Dio, lui è in chi si è prodigato per riparare un errore umano, di arrivare lì dove altri hanno mancato. Penso che il cuore delle persone sia la manifestazione di Dio”. (Amf)

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